Sicurezza
La sfida di Marco: racconto l’inferno
La testimonianza di papà Piagentini: vivo per Leonardo Nel ricordo di Stefania, Luca, Lorenzo morti bruciati vivi
VIAREGGIO. Stefania dritta sul marciapiede davanti casa, con in braccio Lorenzo tirato su dal lettino in tutta fretta. E Luca, tra le braccia del suo papà, che apre gli occhi un attimo e li richiude. Sicuro, prima di essere messo nel seggiolino dell'auto nel cuore della notte. Via Porta Pietrasanta 36, pochi attimi prima di mezzanotte, 29 giugno 2009. Sono le ultime immagini che Marco Piagentini ha della sua famiglia. Prima e dopo l'Apocalisse. Dal quale è sopravvissuto insieme a Leonardo, oggi quattordicenne. «Sono arrivato dall'altro lato, quasi sulla soglia della casa. Ho visto una fiammata alta quasi la metà della mia abitazione. L'istinto è stato girarmi e chiudermi a riccio, proteggere il viso con le mani e trattenere il respiro, come stessi per tuffarmi sott'acqua. Mi sono sentito sbalzare in aria, ho girato più volte su me stesso. Poi ho perso i sensi».
Sono le 10,30 di ieri, quasi sei anni dopo. Piagentini testimonia nell'aula del Polo fieristico di Lucca dove si tiene il processo al disastro ferroviario che s'è portato via trentadue vittime, distruggendo case e vite, e lasciando i sopravvissuti alle prese con i lutti e le ferite. L'ultimo intervento chirurgico subito da Piagentini è di due settimane fa. Perché «un ustionato non guarisce mai», racconta Marco ai giudici, agli avvocati degli imputati, a tutto il mondo. «Le cicatrici restano. Ho dovuto smettere di lavorare. Devo sottopormi a visite vascolari, perché tutto il circolo capillare s'è perso. Ho una percezione altissima del caldo e freddo che mi danno dolore alle articolazioni. Ho difficoltà e deficit nella sudorazione. Perché sul mio corpo non ci sono i pori. La mia pelle non respira. Ho ancora la cicatrice all'occhio destro, quasi cieco. Il timpano destro è perforato, con una perdita di udito. Ho una cicatrice dal collo alla base dello sterno, che mi rende impossibili alcuni movimenti. Ho cicatrici sui piedi, sulle gambe. E queste mani...». Marco le mostra ai giudici: «Queste mani con le quali allacciarsi i bottoni della camicia o ruotare la rotelline del mouse diventano cose di una difficoltà che è anche difficile da raccontare».
Ma, soprattutto, Marco Piagentini - che oggi vive con il figlio Leonardo, estratto vivo dalle macerie nella notte dei suoi otto anni - non può stare al sole. «Ogni volta che tocco il sole - continua, in un'aula con il fiato sospeso - è come se ricevessi uno schiaffo. Sento i muri caldi, il calore dell'asfalto, i motori delle auto, i riverberi. Provate voi a vivere un giorno, solo un giorno, passando da un'ombra ad un'altra...».
E questo - qui la voce si fa quasi sussurro - «è solo il lato fisico di quello che mi è successo«.
Il resto è Leonardo da tirare grande, un figlio adolescente al quale dare dei principi, dei valori. Sapendo che anche lui si porta sulle spalle sei infiniti anni, lungo i quali ancora nessuno ha saputo dirgli perché sua madre ed i suoi fratelli non ci sono più. «So che io e mio figlio stiamo camminando insieme su un filo sospeso a trenta metri d'altezza. E dobbiamo allenarci tutti i giorni per non cadere. E io non posso permettermi di stare male».
Padre e figlio. C'è stato un momento in cui Marco e Leonardo di nuovo insieme è sembrata la più ardua delle scalate. L'ultima tappa del lungo ricovero a Padova, Piagentini l'ha vissuta al reparto di chirurgia plastica. Lì, assistiti da due psicoterapeuti (uno infantile), padre e figlio si sono incontrati per la prima volta dalla notte della tragedia, divisi nel crollo della casa, ridotti a piangere chi non c'era più. «La camera aveva un oblò. Ho visto il volto di un bimbo che non ho riconosciuto perché aveva un tutore sul volto. Abbracciava lo zio. Ci siamo guardati. Ma non ci siamo riconosciuti fisicamente. E non ci siamo riconosciuti come padre e figlio. Non siamo riusciti a farlo. Abbiamo parlato. Poi lui è dovuto uscire, perché si è sentito male. La notte ha avuto la febbre altissima».
L’ospedale. Marco è davanti al più grande dei suoi figli. Ferito ma vivo. Per lui ha lottato sei mesi. Ora, dopo tutto quel dolore dentro e addosso, non può - non deve - arrendersi.
Il 25 agosto - racconta - è stato trasferito dal reparto di rianimazione, dove era approdato il 30 giugno, al Centro ustioni dello stesso ospedale padovano. Ha già subito trenta interventi in anestesia generale: «Venticinque a giorni alterni. E cinque che hanno comportato trapianti: di pelle da cadavere, spillata con graffette. E quel po' di pelle sana depositata sulle mani, che sono riusciti a recuperare le mani».
Ai primi dello stesso mese il paziente aveva iniziato a svegliarsi: «Mi sottoponevano alla pulizia totale del corpo senza anestesia. E mi hanno tolto senza anestesia i fili che mi avevano messo nelle dita delle mani per evitare l'effetto ritrazione che le ustioni danno. Le mie urla non le sentiva nessuno. Perché non potevo gridare a causa della tracheotomia». Marco viene sottoposto ad ipotermia ogni volta che viene operato: «Per due/tre ore poi tremavo battendo i denti come fossi al Polo Nord». Quando arriva nelle mani del fisioterapista, al professionista viene detto di considerare «che il paziente ha il due per cento di possibilità di sopravvivenza».
Al Centro ustionati Marco subisce «altri 18 interventi in anestesia generale. E tre importanti: la pelle sulla testa, mentre parte della mia cute viene messa in coltura perché la gamba destra era scoperta e non riusciva a cicatrizzarsi. Da metà settembre ogni giorno, ogni giorno, dalle nove a mezzogiorno, mi venivano fatti interventi direttamente nel letto».
Prima le «bende bagnate con Amuchina, poi le bende venivano tolte, ed entravano in azione gli infermieri. Il cui compito era farmi sanguinare per far nascere le nuove cellule». Le flebo sparano nelle vene del paziente, quasi impossibili da trovare, antidolorifici che gli provocano nausea e vomitavo». A quel punto Piagentini deve scegliere: «Non riuscivo a mangiare, ed invece era importante perché il tessuto si ricostuitiva più facilmente con alimenti veri. Ho deciso che non volevo più antidolorifici. Volevo a tutti i costi venire fuori da quel reparto con tutte le mie forze. Sapevo che fuori c'era Leonardo che mi aspettava. Questo è stato il mio punto di riferimento».
In quei giorni in cui Marco ha dovuto «reimparare a mangiare, parlare, camminare. E sono stati passaggi non dolorosi, di più. Avevo il sistema venoso compromesso. Pesavo 61 chili, da 90 che ero. Non avevo la forza di alzarmi. L'8 ottobre ho potuto far sporgere i piedi dal letto. E sono svenuto per lo sforzo».
Il ritorno. Il 23 ottobre quel ragazzone cresciuto al sole e al salmastro viareggino accenna i primi passi della sua seconda vita: con un girello. Il 9 novembre Marco Piagentini muove i primi passi da solo. Il 20 dicembre torna a Viareggio. «Avevo ferite aperte, movimenti limitati». Le famiglie, sua e di Stefania, che non mollato un attimo, si stringono a lui e a Leonardo per accompagnarli verso il futuro. «Sono andato ad abitare a casa di mio padre. Indossavo guaine compressive ovunque, e la maschera sul volto: rigida di giorno, mentre la notte avevo un passamontagna. Leonardo aveva iniziato a dormire con me e io gli dicevo che andava a letto con l’uomo ragno». Ed in questa immagine c’è tutto il senso della parola “padre”.
L’aula ascolta in un silenzio irreale. La testimonianza di Piagentini è stata introdotta dalle parole più lievi che l’avvocato di parte civile, Graziano Maffei, ha trovato nel cuore: «Vedi, Marco: a me consta molta fatica farti domande. Ma vorrei che tu riferissi quanto ricordi e quanto ti è stato comunicato a cominciare dalla sera del 29 giugno fino ad oggi». E Marco parla. E dice anche quello che mai si vorrebbe ascoltare: «In quella casa era rimasto Leonardo e in quella auto Luca e fuori sul marciapiede Stefania e Lorenzo. Negli atti ci sono le loro foto. E io sono andate a vederle. Un corpicino completamente bruciato in macchina, morto per asfissia. E in quella foto si vede il cervello di mio figlio. E questo non è giusto».
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