Gioco
La vedova di Romanini: «Ora la verità»
Quattro anni dopo il delitto di Camaiore inizia il processo. Lo strazio di Giuliana: non dormo più, ho atteso anche troppo
CAMAIORE. L’ultima notte serena è stata quattro anni e tre mesi fa. La mattina dopo, intorno alle 7,30, Giuliana Pellegrini sente degli spari e si affaccia dalla finestra della sua camera. Fa in tempo a vedere gli ultimi dei quindici colpi di pistola con cui un killer ancora anonimo sta uccidendo suo marito, Stefano Romanini. Giuliana urla contro l’assassino in fuga, Stefano muore. «Per sei mesi non sono più tornata in questa casa - dice al piano terra della sua abitazione in via Battisti - e per due anni non ho più dormito nella nostra camera, dove c’è la “finestra”. Le mie figlie lo sanno, riposavo sul divano. Ma da allora si può dire che non ho più dormito».
Giuliana parla a poche ore dall’inizio del processo per l’omicidio di suo marito. Oggi, alle 9,30, la Corte d’Assise di Lucca darà il via al procedimento a carico di Roberto Romanini, 65 anni, imprenditore camaiorese che è accusato di essere il mandante dell’assassinio del cugino Stefano, anche lui imprenditore, all’epoca del delitto - era l’8 febbraio del 2011 - 47enne. Una tragedia nella tragedia: Giuliana, le figlie Stella e Serena e i loro parenti entreranno in un’aula di tribunale per assistere alla ricostruzione del delitto di un marito e padre, con un imputato che è un familiare.
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«Cosa provo? Rabbia, tantissima rabbia - dice Giuliana Pellegrini - Spero che questa sia l’ultima vicenda giudiziaria che, direttamente o meno, ci riguarda. E spero che venga fatta chiarezza, nel più veloce tempo possibile. Ma soprattutto giustizia».
Dall’omicidio sono passati più di quattro anni. «Non ho accuse da fare contro nessuno, né la magistratura né la polizia che ci ha sempre sostenuti. Ma abbiamo, ho aspettato troppo. E ora vorrei, come detto, che si facesse in fretta. Capisco che i tempi della giustizia in Italia sono lenti, ma è dura». È dura andare avanti, dopo una cosa del genere. Eppure Giuliana dice che ce l’ha fatta. «Perché è la vita che va avanti. Io sono forte, lo sono sempre stata: anche quando era malato mio padre. Ci sono le mie figlie, che mi sostengono. Lavoriamo tutte e tre, onestamente. Anche se a volte verrebbe voglia di non essere più onesti, in questo paese. Io ho un lavoro alla mensa scolastica che mi piace, sto con i bambini. Ho il mio nipotino, i miei fratelli e sorelle che mi sono sempre stati accanto». Non si può dire lo stesso di molti camaioresi. Di cui la famiglia Romanini-Pellegrini ha sempre stigmatizzato il comportamento. «Telefonate? Sì, qualcuna di solidarietà - ribadiscono Giuliana e le figlie - Aiuti concreti? No. Né dal Comune, né dagli altri. Anzi, a volte ci chiedevano informazioni sul delitto e sul processo con un’attenzione morbosa. Come se l’unica cosa da soddisfare fosse la loro curiosità. E poi ci siamo fatti l’idea che qualcuno aveva paura ad aiutarci. Come se la colpa del delitto fosse nostra».
Ora la parola passa al tribunale. Nel frattempo Giuliana, Serena e Stella andranno avanti, come sempre, ricordando Stefano tutti i giorni e in particolare nelle ricorrenze.
«La prossima è il suo compleanno - conclude la moglie - faremo un brindisi e ci commuoveremo. Pensando al suo ultimo brindisi, quello per la nascita del nostro nipotino: quello che non lo conoscerà mai. È stato due settimane prima che morisse: disse che voleva bere poco, per non esagerare. Noi lo ricordiamo ancora così».
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