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l’omicidio alla bufalina

Una risposta dal Ris sulle tracce di sangue addosso al fermato

Una risposta dal Ris sulle tracce di sangue addosso al fermato

PISA. Una risposta dal Ris per chiudere il giallo dell’omicidio della prostituta nigeriana uccisa nella pineta della Bufalina con dieci coltellate la mattina di martedì 31 marzo. È atteso per la...

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PISA. Una risposta dal Ris per chiudere il giallo dell’omicidio della prostituta nigeriana uccisa nella pineta della Bufalina con dieci coltellate la mattina di martedì 31 marzo.

È atteso per la fine della settimana l’esito delle analisi comparative sul dna prelevato dalla vittima del killer e quelle che vengono ritenute tracce di sangue sugli abiti indossati dal marocchino arrestato a Rosignano ai primi di aprile per la rapina ai danni di una transessuale a Migliarino.

I sospetti sul nordafricano, 28 anni, già conosciuto dalle forze dell’ordine, si sono rafforzati con il passare delle ore sia per i suoi precedenti nei confronti di prostitute sia per le immagini che lo ritraggono con una birra in mano all’uscita di un supermercato poco prima dell’omicidio alla Bufalina. Poco distante dal corpo i carabinieri avevano rinvenuto un coccio di bottiglia che potrebbe essere stata abbandonata dal marocchino dopo aver ucciso la prostituta nigeriana Iriagbonse Eghianruwa, 45 anni, quattro figli nel suo Paese, domiciliata a Empoli. Che fosse uno sbandato l’assassino della donna è un convincimento sposato fin dal subito dagli investigatori. Fin dai giorni successivi al delitto le indagini si sono concentrate su un fronte preciso: ovvero il microcosmo degli sbandati, che si muovono senza lasciare tracce e trovano riparo in luoghi occasionali per trascorrere la notte. L'assassinio si colloca in quel mondo di sommersi difficili da identificare senza residenze certe, frequentazioni abituali o luoghi di lavoro. Un cliente assiduo che, dopo il rapporto sessuale, poteva arrivare anche all’omicidio per racimolare qualche soldo sufficiente a tirare avanti una vita fatta di stenti e giacigli all’aperto. E il dettaglio degli indumenti, mai cambiati dal giorno del delitto, con le presunte macchie di sangue conferma la precarietà di un’esistenza ai margini e, per il soggetto in questione, ad alto tasso di pericolosità sociale. La prova regina resta il dna. Se il sangue sui vestiti del nordafricano dovesse appartenere a “Grazia”, così si faceva chiamare la prostituta nigeriana, il caso avrebbe il suo capitolo finale a un mese dall’omicidio. Prima di scriverlo, Procura e carabinieri aspettano la risposta dai laboratori romani del Ris.

Pietro Barghigiani

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