Il Tirreno

Versilia

L’ultima dimora di Puccini apre le sue porte alla città

di Valentina Landucci
L’ultima dimora di Puccini apre le sue porte alla città

Dopo un primo intervento di pulizia la Fondazione lucchese intitolata al Maestro ha organizzato una prima visita all’edificio: un gioiello architettonico abbandonato da anni

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VIAREGGIO. «E quando il tempo con sue fredde ale vi spazza fin le rovine, le Pimplèe fan lieti di lor canto i deserti, e l’armonia vince di mille secoli il silenzio» scriveva Ugo Foscolo nei Sepolcri. E a Viareggio, in uno dei più begli angoli di città tra il mare e la pineta, la forza dell’arte che sconfigge il tempo - ma anche l’incuria, l’abbandono e l’ignoranza - si sente. È la forza delle note di Turandot, la potenza del canto di Liù che muore per amore e così facendo non muore mai. È la forza di Giacomo Puccini che in queste mura, in questa villa dove il Maestro si trasferì con la famiglia abbandonando il suo lago sul finire del 1921 e dove scrisse per l’appunto la Turandot, ha lasciato un pezzo di sè.

La dimora si apre alla città. Più povera, più spoglia dopo anni di abbandono che l’hanno ridotta a vera e propria discarica - così come l’hanno trovata nel luglio 2014 i nuovi proprietari - è tornata ad essere fruibile grazie all’impegnativo intervento di pulizia della Fondazione Puccini di Lucca che nè è titolare dopo una non semplice battaglia a suon di carte bollate. Ieri per la prima volta dalla morte del Maestro telecamere e macchine fotografiche hanno potuto fare il loro ingresso nei luoghi di Puccini: il giardino, elegante e insieme esotico già dotato di un sistema di irrigazione all’avanguardia per i tempi, il grande salone con il camino al piano rialzato, la camera del Maestro ampia e ben illuminata che affaccia su via Buonarroti, la stretta scala di legno che dalle stanze del compositore porta direttamente allo studio nel seminterrato dal quale si accede direttamente alla biblioteca di Puccini e al giardino sul lato della piazza che ora porta il suo nome. E poi la stanza di Elvia e del signorino Antonio, il bagno della coppia, i locali della servitù e quelli di servizio nel restio del seminterrato.

Puccini fece costruire la villa all’architetto Vincenzo Piloti e all’ingegner Federigo Severini. C’è la mano di Galileo Chini anche nell’abitazione viareggina del Maestro che da qui partì, nel 1924, per Bruxelles. E non vi fece più ritorno. Di questa dimora volle definire ogni particolare. La villa di Turandot racconta la sua personalità, la straordinaria modernità dell’uomo e dell’artista, la raffinatezza e il gusto per il bello, l’amore per la vita.

È una scoperta suggestiva. Ma insieme drammatica: le condizioni della villa sono gravi. Infiltrazioni, cedimenti, strutture lesionate, locali fino a pochi mesi fa riempiti di rifiuti, resti di mobili semi distrutti, elettrodomestici, vasi, vernici e pulci (è stato necessario disinfestare l’intero edificio) hanno segnato pesantemente la dimora. Lo raccontano le immagini - foto e filmati - realizzate dalla stessa Fondazione Puccini. Lo ricordano Massimo Marsili e Luigi Viani, direttore e consulente della Fondazione nelle vesti di guide dentro e fuori la villa.

Accanto a loro ci sono il presidente della Fondazione e sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, il presidente della Provincia, Stefano Baccelli. Il percorso che intendono tracciare è chiaro: valorizzare l’ultima dimora del Maestro. Serviranno tempo e soldi. Almeno un milione di euro per gli interventi più urgenti. Ma la strada, ancorchè in salita, è imboccata.

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