Il Tirreno

Versilia

Ustionati a morte ma coscienti

di Donatella Francesconi
Ustionati a morte ma coscienti

Al processo sulla strage testimoniano i familiari di Federico Battistini e i medici che ne raccolsero le ultime parole

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VIAREGGIO. Federico ustionato ma vivo, a bordo dell’ambulanza che lo trasferisce dall’ospedale Versilia a quello di Cisanello, mentre parla con il medico del 118: «Se fossi stato dentro forse non sarebbe successo...». È l’immagine che resta stampata nitida nel cuore ascoltando la testimonianza di Sergio Bertozzi, medico del 118 del Versilia, in servizio come tutti la maledetta notte del 29 giugno 2009, con il suo disastro ferroviario da trentadue morti. Bruciati vivi ma coscienti. Perché - gelano il sangue la parole del primario del Centro grandi ustionati, Antonio Di Lonardo - «il cervello di un ustionato è perfettamente sano. Sono pazienti assolutamente consci e consapevoli del loro stato». Lo era Federico Battistini, 32 anni appena compiuti, che in ambulanza, testimonia Bertozzi, «mi parlava della moglie, della sua mamma, del suo babbo, di se stesso, disperando di farcela. Della moglie mi chiedeva come stava, della fiammata e dell'esplosione sapeva. Lo era Emanuela Menichetti, 21 appena. Che - racconta ancora il primario - «aveva quasi il 100% di superficie ustionata», ma «rispondeva ai nostri comandi, muoveva le mani e dava cenni di capire quello che le si diceva».

Sono i testimoni chiamati a deporre dall’avvocato Tiziano Nicoletti che assiste la famiglia della madre di Battistini, Luciana Beretti. «Sono passati cinque anni - commenta a margine dell’udienza l’avvocato Enzo Menzione, che assiste il Dopolavoro ferroviario - ma ascoltare queste testimonianze è straziante». L’aula sembra sospesa nel tempo e nello spazio mentre ascolta mamma Luciana: «Il giorno della tumulazione è stata una cosa tremenda. Tre bare una accanto all'altra». Sono quelle di Federico, della moglie Elena Iacopini, della madre di lei, Emanuela Milazzo. È il 16 luglio 2009: «Avevamo deciso di andare a Parma il giorno dopo, dove era ricoverato Mauro Iacopini - continua Luciana Beretti - anche se lui si rifiutava di incontrare e parlare con chiunque. Aveva visto la figlia diventare una torcia umana e la moglie scaraventata nel giardino. Era rimasto solo. Si è lasciato morire». Il giorno dopo che le tre bare delle sua famiglia avevano trovato sepoltura.

Quando, il 15 luglio Federico soccombe alle ustioni, sua madre entra per la prima volta nella stanza dell’ospedale: «L'ho trovato che era morto e non sono riuscita nemmeno a toccarlo perché avevo paura di profanarlo e me ne rammarico. Ai funerali abbiamo visto chi era mio figlio: un ragazzo semplice, generoso, con tanti progetti. Avevano intenzione di aumentare la famiglia, avevano già scelto il nome ma non ce n'è stato il tempo».

Tra le macerie delle casa di via Porta Pietrasanta, poi abbattuta tanto era stato devastata, Carlo Beretti - zio di Federico, tra i testimoni ieri mattina - ha ritrovato una macchina fotografica con le foto del compleanno del nipote, appena qualche giorno prima. «Federico lavorava alla Clap come autista da circa otto anni. Ed Elena lavorava in biglietteria. Erano sposati da quattro anni, abitavano al piano di sotto dei genitori di Elena, volevano avere dei figli di lì a poco», racconta tutto d’un fiato zio Carlo che non ha smesso un minuto di battersi per avere giustizia.

«All’inizio - parla quasi tra sé in chiusura di testimonianza mamma Luciana - ho cercato di farcela da sola. Fino a due anni fa. Poi ho dovuto arrendermi e prendere dei calmanti. Io e mio marito ci siamo separati. È finito tutto quella notte per noi».

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