Lutto
La "Circe" ci faceva alzare sui pedali dalla paura: per noi ragazzi della Versilia era una maga senza volto
Nessuno di noi sapeva nemmeno che si chiamasse Maria Luigia Redoli, per tutti era solo la “Circe”. E quel nome bastava a se stesso e a tutta la sua storia:
FORTE DEI MARMI. Nessuno di noi sapeva nemmeno che si chiamasse Maria Luigia Redoli, per tutti era solo la “Circe”. E quel nome bastava a se stesso e a tutta la sua storia: chioccio, ruvido e pauroso. Dell'ammaliatrice di Ulisse non sapevamo niente. Noi sentivamo ripetere dagli adulti solo quella parola, Circe.
Se alle visioni mostruose si fosse potuto dare un nome, avrebbero avuto quello. E pensavamo anche che se fossimo andati a cercare sul dizionario “buio”, “morte”, “sangue” e “orrore” la Circe sarebbe stata fra le definizioni. Quindi nessuno doveva azzardarsi ad aprire il Devoto-Oli o lo Zingarelli, chi lo faceva era un folle perché avrebbe potuto aprirlo alla pagina sbagliata e ritrovarsi immerso in un gorgo dal quale sarebbe stato impossibile uscire. I secchioni dicevano che bastava strappare le pagine giuste e lo spettro della Circe sarebbe sparito dalle nostre vite.
Ma i secchioni erano sempre bianchi, smunti, un po' tonti e rincoglioniti, e lo erano a causa del loro ostinato perbenismo: a forza di leggerlo, il vocabolario, la Circe l'avevano vista. Un'apparizione. S'era alzata dal testo con una spira di fumo e piano piano s'era fatta carne e ossa, lì nelle loro camerette mentre eseguivano ligi la lezione di italiano. Ma peggio della Circe, c'era la casa della Circe. Ti faceva alzare sui pedali quando passavi davanti alle siepi diretto verso le spiagge.
Erano i tempi della medie. La scuola era finita, e le tue giornate diventavano sole, aria salmastra e voglia di spaccare il mondo. Inforcavi la bici e dall'entroterra ti buttavi spavaldo verso il mare e il pontile, ché ti aspettavano i tuffi, le partite di pallone sulla sabbia e un sacco di ragazzine in costume; le stesse compagne di scuola che avevi visto tutte infagottate nelle felpe durante l'inverno ora erano lì pronte a mostrarsi in tutto il loro splendore. Solo che tutte queste promesse luminose si interrompevano mentre sfilavi davanti alla villa bianca (era ocra, credo, ma per noi era paurosamente candida, accecante, forse nemmeno ci voltavamo a guardarla: poi avrei capito anche perché così Melville aveva raffigurato Moby Dick). Come se qualcuno avesse azionato un interruttore (clic), la corsa dei sogni verso il mare diventava una discesa agli inferi, una specie di test di sopravvivenza ai tuoi incubi peggiori.
E' stato così per anni, non solo per quell'estate 1989: dieci eterni sconfinati secondi. Dietro quelle mura e le fronde poteva esserci di tutto, non solo il coltello che aveva colpito per diciassette volte (per noi erano settanta o settecento) il corpo del marito, ma macchine di tortura, fruste, boccette di veleno, spade, mazze chiodate e soprattutto c'era la Circe stessa e il buio con cui sarebbe stata capace di inghiottire chiunque si fosse affacciato alla rete, il nulla cosmico che riusciva a creare grazie ai suoi malefici e potentissimi poteri magici.
Ecco, credo che i bambini della Versilia una cosa la sapessero: la Circe era una “maga”, non un essere umano. E credo che, sì, a questo immaginario abbiano contribuito i giornali e i tg di quell'epoca, ma non è solo la tv del dolore ad averci lasciato una impronta così netta nella memoria. Credo anche ci sia qualcosa che ha a che fare con l'istinto di sopravvivenza di una terra e di una popolazione, schive e rudi eppure inclini al romanzesco e al meraviglioso. Se nei loro racconti i nostri genitori e i nostri nonni suggerivano alla nostra immaginazione questa lettura di una storia di cronaca nera, forse era perché qualcosa era in pericolo e bisognava salvarla. Forte dei Marmi e la Versilia non erano più l'isola dei giorni felici della borghesia italiana, il paradiso dei soggiorni signorili, ma la scena di un delitto.
La Circe aveva sferrato i suoi colpi all'inizio di un declino. Stavano arrivando i barbari, i russi erano alle porte anche se nessuno se ne era accorto. I ricordi pieni di bagliori andavano e tornavano in una risacca di inquietudine. Tanto valeva accettarli, la Circe e il suo nulla cosmico, anzi cullarli nella voglia di romanzesco della generazione che avrebbe potuto e dovuto risollevare la Versilia. Chissà che negli anni avvenire quella oscura fantasticheria non potesse spingere i bambini degli Ottanta a (ri)costruire l'eden abbagliante delle origini, quello dei poeti sotto i platani, dei pittori in pineta e dei grandi signori che venivano (sempre meno) a darci lavoro e a insegnarci come si stava al mondo. Sappiamo tutti come è andata a finire.
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