Il Tirreno

Versilia

Una benedizione il ritorno sui carri dell’Eros perduto

di ADOLFO LIPPI
Una benedizione il ritorno sui carri dell’Eros perduto

Il “caso culottes” e le origini dionisiache della festa: un recupero del passato che fa bene alla manifestazione

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di ADOLFO LIPPI

Culotte sì, culotte no, ciò che è accaduto per i figuranti del carro dei fratelli Cinquini è un bel tema di discussione per il Carnevale. Intanto perché il paradigma carnevale-erotismo, ignorato per anni, è un argomento sfizioso che merita approfondimento e dibattito. Eppoi, finalmente, non si parla solo e soprattutto di quattrini. Perché negli ultimi vent’anni le uniche discussioni che si son fatte sui carri riguardavano (e riguardano) i finanziamenti e i bilanci.

ll Carnevale, checché ne dicano i benpensanti, nasce erotico, è sempre stato una spinta verso lo sfrenarsi, verso il godereccio, verso ciò che di dionisiaco, bacchico, pagano c’è nell’uomo. Dalle ritualità agresti dei romani alle feste boccaccesche nelle corti medioevali fino ai carnevali veneziano, palermitano, romano del Cinque-Seicento gli adulti interrompevano l’inverno, la glacialità della stagione fredda, e bevendo e danzando e mascherandosi. Sicché molti bambini nascevano e sono nati in novembre, nove mesi dopo quegli intrattenimenti. Eppoi col Carnevale si mangiava carne.

Per non andar troppo lontani a Viareggio il Carnevale sorge nell’Ottocento, quando la città comincia a sentirsi vocata al richiamo, al turismo, alle scorribande libertine. Nasce assieme al Casinò, all’ippodromo, ai bagni, nasce dalla borghesia che investe negli alberghi e negli chalet. Trova subito rispondenza nel popolo, che i marittimi erano cosmopoliti, abituati a scorazzare negli angiporti del Mediterraneo (e anche oltre) e, sebbene timorati della Madonna dei dolori, portavano a prua dei velieri delle polene a tette nude, chiaro richiamo sessuale.

I carri, è noto, sorgono su imitazione dei velieri. Li costruisce gente abituata a fasciare e calafare le barche. E coi carri si fa subito un carnevale di “trionfi”, trionfi alla vita, trionfo alle conquiste umane, trionfo all’eros. Accompagnati i corsi da canzoni licenziose, ammiccanti, alcune sboccate, che venivan composte nelle tante osterie.

Fino al fascismo il Carnevale fu dunque una vivace alternativa alla vita quotidiana, penosa, misera, bigotta. E le feste, i veglioni, furono occasioni di incontri, di intrecci, connubi galeotti, tordelli e vino e champagne, come ben canta l’inno viareggino del carnevale “su la coppa” eccetera eccetera. Il fascismo ridusse il carnevale al “nazional-popolare”. Lo finanziò abbondantemente ma stette attentissimo a che non si facesse satira politica (ma la si fece con il “miccio non vuole andare”) e non si spogliasse troppo il corpo. Anche se esisteva nel regime una corrente molto ballerina, da Edda Mussolini, al marito Ciano, che guardavano alla società americana che, magari per il duce, decadente, ma per tanti italiani era già (per Holliwood e il cinema delle dive), un mito da imitare in tutti i suoi evidenti peccati, il regime fece convergere coi treni dei dopolavoro, mucchi di famigliole caste in divisa e dai carri sparirono. Gagà e maschiette, apparvero semmai Pierrot tristi e belve. Tutte le energie vitali andavano spese per le battaglie del grano e le conquiste imperiali. Altro che dissipare nell’erotismo.

Nel dopo guerra grazie al mago Antonio D’Arliano e al suo maraja ricomparvero bajadere a pancia nuda e maschere svestite. Furoreggiò una mascherata “che mele, che mele” che era composta da donnone felliniane poppute e sederone che ancheggiavano sinuosamente. Ebbero al loro passare schiere di fans sibilanti. Si capiva ch’era arrivata la libertà.

Dopo, tuttavia, tornò il “nazional-popolare” spinto dai democristiani e dai moralisti comunisti. Il Carnevale, disse un loro alto esponente, deve piacere alla famiglia tipo, soprattutto ai bambini. Sparirono le bajadere, sorsero magnifici carri di satira, la tv ne fu ghiotta, ma ci si dovette accontentare della splendida fisicità di Maria Grazia Billi, unica star consentita durante i corsi. Piombò, ripiombò la cappa della censura.

Ora sanno benissimo gli esperti di Carnevale come il Carnevale sia una festa per grandi. I piccoli avevano e hanno avuto il loro carnevale, eppoi i bambini, dice benissimo Cristiana Gemignani, si mascherano sempre, non hanno bisogno di motivazioni. Invece gli adulti, così integrati in società spinte a far denaro (e ce n’è sempre meno), hanno necessità di avere, nella festa, un’alternativa. Al corpo ossificato. Alle funzioni seriose.

Egisto Malfatti, poeta ed ideologo dell’identità viareggina, nelle sue canzoni, nelle sue “feste della canzonetta” fu sempre, elegante e frizzante, un “soggetto erotico”. Basti rammentare la fortuna che ebbe con le donne. Però i carristi non lo amarono.

Adesso, da qualche stagione, pallidamente comincia tuttavia a farsi strada qualche richiamo ai piaceri. Quest’anno sono riaffiorati alcuni mascheroni poco ortodossi. Sembrano voler osare. Ma che c’è da osare, mica il Carnevale è una processione liturgica. Il Carnevale ritorni ad essere uno spettacolo per palati cresciuti, un’interruzione grassa (non si chiamano giovedì e martedì “grasso”?) e le ragazze vi accorrano senza culotte come ai tempi del can-can. Con tutto il rispetto per la condizione femminile che non deve essere asservita, né schiavizzata. Però il bello, la fisicità, il ballo, irrompano ancor di più sopra i carri, durante i corsi perché a Viareggio si venga per divertimento, per ciò che le grandi città non offrono. E si venga anche nei giorni tra una domenica e l’altra, si facciano manifestazioni, si faccia, insomma, carnevale per venti giorni pieni consecutivi, senza strabordare nella Quaresima, che qui davvero il carnevale è fuori luogo. L’erotismo, infatti, lo porta di nuovo la primavera, non c’è bisogno, per rifiorire, delle sfilate e dei fuochi. La natura è grassa di per sé!

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