Il dolore
Uccise la moglie, ora chiede perdono
Francesco Quinci scrive dal carcere alla famiglia di Rajmonda: «Ho distrutto delle persone che mi hanno dato solo amore»
STIAVA. «Sto trovando le parole, per chiedere perdono alla famiglia Zefi. Ho distrutto una parte della loro vita, la figlia Rajmonda, che ho amato tantissimo».
Nelle giornate anonime del carcere di Massa in cui si trova rinchiuso, Francesco Antonio Quinci, 40 anni, cerca con difficoltà le parole giuste per i familiari della moglie Rajmonda Zefi, morta a 30 anni. L’ha uccisa lui, strangolandola e poi gettandola dalle scale, la mattina di San Silvestro del 2010, nella loro casa in via Matteotti a Stiava. A scatenare la rabbia di Quinci, che di professione faceva il marmista nel laboratorio di famiglia nel quartiere Marco Polo a Viareggio, è stata la gelosia, accesa dalla telefonata tra la moglie e un altro uomo. Quinci - secondo quanto emerso nell’inchiesta - teme che la donna, dopo averlo sposato e aver avuto due figli con lui, voglia lasciarlo.
Il loro è uno di quegli amori malati che finiscono in tragedia. E che lasciano una scia di domande e di dolore. Oltre che di conseguenze. Il tribunale, per questo delitto, ha condannato Quinci a diciotto anni. Pena confermata in appello.
Praticamente da allora, da quando cioè il delitto fu commesso - con la successiva inchiesta dei carabinieri e l’arresto di Quinci dopo il ritrovamento del corpo della moglie - il marmista è dietro le sbarre. I suoi genitori e fratelli dicono che in questi anni ha continuato a coltivare la passione per il marmo e per l’arte. Loro non si rassegnano, non lo hanno mai fatto, a quella che chiamano la “disgrazia”. Perché Francesco (anzi Antonio, come lo chiamano tutti) è un loro figlio e fratello, per quanto abbia commesso qualcosa di atroce e terribile. E poi ci sono i bambini, che vanno seguiti assieme alla famiglia Zefi. Perché a Francesco è stata tolta la patria potestà e ci sono limiti precisi, per i Quinci, nei giorni in cui possono vedere i bambini.
Forse è anche pensando a queste difficoltà che Francesco, nella sua solitudine del carcere, ha deciso di scrivere una lettera. Nel maggio 2013, Quinci scrisse una prima missiva in cui definiva «bugie e maldicenze» le ipotesi sulla fine della relazione con la moglie. «Ci amavano ancora», scrisse, non ancora rassegnato alla realtà.
La seconda lettera, vergata in questi giorni, a Massa, ha un tono diverso. «Adesso capisco - scrive - che ho distrutto una famiglia perbene, che mi ha sempre amato come un figlio. So che è difficile perdonarmi, perché la loro sofferenza è tanta. Anche il mio dolore è forte, per aver perso la mia metà. Quella moglie che mi ha regalato due gioielli (i loro figli, ndr) che sono parte integrante di me». Anche ai figli, peraltro, Quinci chiede perdono: «Ora soffrono e io spero che con il loro perdono, una volta fuori, avrò la possibilità di dargli l’amore che è mancato».
Ma il vero destinatario della lettera, spiega Quinci, è la famiglia Zefi. Persone perbene, gente arrivata in Italia anni fa dall’Albania per lavorare e integrarsi. Una missione che era stata compiuta.
«Penso sempre all’amore che la famiglia Zefi mi ha trasmesso - scrive l’uomo - e l’accoglienza che mi hanno dato facendomi sentire come un figlio. Sì, è proprio alla famiglia Zefi che chiedo il loro perdono. Capisco la rabbia, ma anche per me non è stato facile, perché io questa famiglia l’ho amata tantissimo. E posso assicurare che sono persone eccezionali, e si sono sempre resi disponibili. Vorrei che non pensassero che io non soffro, anche per loro, con tutto il bene che gli voglio. Spero che anche loro possano ritrovare quella serenità che io stesso vorrei trasmettere con un forte e caloroso abbraccio. E condividere così la sofferenza. Perdonatemi».
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