Sicurezza
Ma quel Burlamacco non è un insulto
La maschera con il cappio al collo esprime il disagio autentico, palpabile, diffuso di una città
VIAREGGIO. Il Burlamacco impiccato non c'è più. Ieri mattina – quasi in contemporanea – è stato cancellato sia dal muraglione del molo di fianco alla scritta “Viareggio in te sono nato, in te spero morire” che dal pilastro di cemento all'ingresso della Cittadella dove era stato furtivamente riprodotto.
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A colpi di tinta e pennello è stato in qualche modo lavato l'affronto alla città e al suo Carnevale che una mano ignota e provocatoria aveva osato infliggere attraverso la sua icona laica più sacra.
Ma davvero quel Burlamacco col cappio al collo è solo un graffito di pessimo gusto da rimuovere al più presto così come è stato bollato sui social media dalla gran parte dei viareggini? In realtà quel disegno (per altro stilisticamente ben fatto) esprime un disagio che è autentico, palpabile, diffuso. Alzi la mano chi non ha l'impressione che la città sia ormai allo sbando, strangolata dai debiti, incapace di rialzare la testa e senza una prospettiva di riscatto. E faccia un passo avanti chi non ha mai detto (o quantomeno pensato) che Viareggio è ormai alla canna del gas.
Quel Burlamacco impiccato è allora la rappresentazione più vera – per quanto dura, per quanto violenta – della Viareggio di oggi. E, forse, chi lo ha disegnato in due dei luoghi simbolo della città non lo ha fatto per offendere, per umiliare o per deridere. Ma ha voluto rifilare un salutare schiaffone alla coscienza di tutti, sperando magari in una reazione di orgoglio, in un moto d'impeto.
Che Burlamacco, allora, torni nella sua posizione più naturale, con le braccia spalancate e il mantello al vento, ad accogliere sorridente i tanti spettatori che tutti noi speriamo che oggi (e nelle prossime domeniche di Carnevale) affollino i viali a mare. Ma di questo ceffone iconoclasta cerchiamo in qualche modo di far tesoro.
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