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Versilia

I familiari di Romanini: «Chi sa parli»

di Matteo Tuccini ; di Matteo Tuccini
I familiari di Romanini: «Chi sa parli»

La moglie Giuliana a quattro anni dall’omicidio: quando mi affaccio alla finestra rivedo quella scena tremenda

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CAMAIORE. «Quattro anni senza Stefano? Duri, durissimi. Con lui stavo bene, eravamo felici. Per fortuna ho le mie figlie, i nipoti e i bimbi della mensa scolastica dove lavoro. Ma tutte le volte che guardo dalla finestra rivedo quella scena tremenda. E penso a chi sa, a chi sapeva anche prima dell’omicidio. E non ha mai parlato».

Quella mattina dell’8 febbraio 2011 Giuliana Pellegrini si affacciò sotto casa, sulla via Battisti, perché aveva sentito degli spari. Fece in tempo a vedere gli ultimi colpi dei 15 con cui un killer a volto coperto stava uccidendo suo marito, Stefano Romanini, imprenditore edile molto noto in zona, che stava andando al lavoro. Giuliana urlò anche contro l’assassino. Ma a quel punto era troppo tardi. Romanini, 49 anni, fece in tempo a dire qualcosa ai primi soccorritori, e poi più nulla.

A Camaiore, una cosa del genere non si era mai vista. Sembrava un delitto di mafia, come modalità di esecuzione. La città fu sotto choc, ma oggi in pochi sanno che questa data è “quella” data.

Del resto quattro anni, nella vita di una persona, possono passare velocemente senza che ci se ne accorga. Ma possono essere molti, se si aspetta giustizia. «Gli inquirenti hanno fatto un grande lavoro - dice Giuliana - ma è dura sapere che è passato così tanto tempo, e che un po’ ne dovrà passare ancora. Sarò sincera: pensavo ci volesse meno». In questo periodo Giuliana e le figlie Stella e Serena hanno cercato di ricostruirsi un futuro. «La mia vita scorre tra un lavoro che amo, quello alla mensa scolastica, l’affetto e il supporto delle mie figlie, e i nipotini. Ma io in quella casa ci abito ancora, la finestra è la stessa, e i problemi restano. Per fortuna ho un carattere forte, me lo dicono tutti. Non è facile spiegare cosa succede a una persona quando le strappano il compagno di una vita».

Quattro anni sono passati, e se i familiari di Stefano Romanini hanno sempre ribadito grande fiducia nel lavoro della Procura di Lucca e della questura, allo stesso tempo hanno sempre “pungolato” tutti (giornalisti compresi) perché si facesse chiarezza. E a questo proposito, nel giorno in cui il dolore si rinnova, da parte di Giuliana, della sorella Simonetta e degli altri familiari parte una specie di appello. «C’è chi sapeva cosa sarebbe accaduto - affermano i parenti di Stefano - e non ha mai pensato di avvisarci, o di fare qualcosa. C’è chi, ancora oggi, sa molte cose. Noi ci rivolgiamo a loro e alla loro coscienza, ci chiediamo se dormano sereni o se abbiano dei rimorsi. In quest’ultimo caso, si facciano avanti».

Oggi, intanto, si rinnova il ricordo di quanto accaduto. «Come per tutte le ricorrenze, che siano il nostro anniversario, Natale o cose del genere - dice Giuliana - pensiamo a Stefano e al fatto che non c’è più. Porterò un’orchidea sulla sua tomba, come faccio sempre. Altro non farò. Del resto, niente può restituirmi mio marito».

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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