Lutto
Il muro che ha salvato la lavatrice
Era quello costruito da Mario Pucci, morto insieme alla badante
VIAREGGIO. Aveva costruito un muro, dietro la propria casa, per proteggersi dalla ferrovia. Lungo una quindicina di metri, alto due metri e venti, distante otto metri dai binari: Mario Pucci, trovato morto insieme alla badante romena che viveva con lui (Ana Habic), pensava di salvarsi così dalla vicinanza tra la propria casa e l’infrastruttura ferroviaria. A raccontare cosa ha trovato nell’abitazione travolta dalle fiamme è la figlia Mirella che ha testimoniato ieri nell’aula del Polo fieristico di Lucca: «A ridosso dell'ingresso di casa c’era la lavatrice con sopra le bottiglie dei detersivi integri. E dei cestini di vimini, in cucina, rimasti tali e quali».
A fare domande alla propria cliente è l’avvocato Tiziana Pedonese: «I vigili del fuoco mi hanno detto "questo muro qualcosa ha fatto"...E la badante non era bruciata...Se il muro fosse stato in tutta la strada, nella tragedia sarebbe stato diverso per le cose e soprattutto per le persone...».
Ma la ferrovia è rimasta sempre la stessa da quando il padre di Mirella Pucci è andata ad abitare in via Ponchielli? «Nel tempo - è la risposta - hanno costruito dei binari vicino alle case che prima non c'erano. E qui sostavano spesso i treni, anche di merci pericolose».
Nelle abitazioni della famiglia Pucci sono morte undici delle trentadue vittime del disastro ferroviario: «I giorni seguenti a quella notte - è ancora la testimonianza della donna - sono stati un incubo. Sono andati negli ospedali dove erano ricoverati i nostri inquilini feriti ed i medici mi dicevano “sarebbe stato meglio che fossero morti perché sono in condizioni pietose...”».
L’avvocato Pedonese mostra le immagini dallo schermo dell’aula al Polo fieristico di Lucca: le case rase al suolo una dietro l’altra ed il muro, lato binari, che Mario Pucci aveva tirato su con le proprie mani. Non mancando di firmare quella petizione datata 2001 con la quale gli abitanti di via Ponchielli, compresi molti di coloro che poi nel disastro ferroviario sono morti, tentarono di fare sentire la propria voce alle Ferrovie chiedendo delle barriere protettive tra le case ed i binari. Una richiesta alla quale non arrivò mai risposta, come scoprì il “Tirreno” la notte stessa della tragedia, quando in molti nel quartiere ricordarono la battaglia intrapresa negli anni precedenti. E la realizzazione delle barriere antirumore che pure avrebbero dovuto vedere la luce naufragò in peripezie burocratiche delle quali si trova documentazione tra gli atti di indagine della Procura di Lucca.
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