Gioco
«È mia figlia, la mia vita, la mia gioia»
Strage di Viareggio: Daniela Rombi racconta in aula i quarantadue giorni di agonia di Emanuela, morta a 21 anni
VIAREGGIO. È il 21 gennaio. Ma anche il 29 giugno 2009, quando tutto è esploso e alle tre di notte Daniela Rombi parla al telefono con la figlia Emanuela Menichetti, trasportata all’ospedale Versilia. E poi è il 7 agosto, nel diario che mamma Daniela legge in un’aula del Polo fieristico di Lucca dove il tempo è sospeso. «Sette agosto, ha avuto l'ictus...è finito proprio tutto...è finita la vita...il pensiero che non torna più a casa, che non posso abbracciarla, non sento il suo odore... non lo sopporto...Ma il pensiero che non potrà più fare niente, ora che si era appena affacciata alla vita, non mi fa respirare...Io la voglio qui... La voglio, ho bisogno di lei...la rivoglio qui...è mia figlia...la rivoglio qui... la mia gioia e la mia vita...».
Tre giorni dopo, il 10 agosto, Emanuela, 21 anni, muore. A portarsela via è un’infezione che ha gioco facile su quel corpo ustionato per il 98%. Nella bara indosserà il cappellino rosso che sua madre ha realizzato all’uncinetto, vegliandola per quarantadue giorni.
«Signora, dia qui...»: Gerardo Boragine è giudice, presidente del Collegio che lo vede da un anno impegnato nel processo per il disastro di Viareggio con i colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino, alle prese con il più indicibile dei dolori, quello di una madre che perde un figlio. Il diario di bordo di quei quarantadue giorni che hanno strappato Emanuela alla sua famiglia da ieri è agli atti del dibattimento. Ma le pareti del Polo fieristico gronderanno di qui al termine del processo delle parole di Daniela Rombi. «Quel giorno abbiamo finito la nostra vita. Per mesi e mesi ho apparecchiato per tre persone. E da allora non cucino più bracioline e zucchini fritti, quelle del venerdì sera, che come le faceva mamma - diceva la bimba - non le faceva nessuno».
I ricordi di prima e quelli di dopo, quando il professor Antonio di Lonardo, responsabile del Centro grandi ustioni dell’Asl di Pisa, alle 7,30 del 30 giugno 2009 informa Daniela Rombi e Claudio Menichetti che la loro figlia «può morire da un momento all’altro». È ancora il diario di quei giorni a dare voce all’agonia: «Sono passati quasi otto giorni, è in sala operatoria per la seconda volta, il professore mi ha detto che è un'operazione pesante...Abbiamo parlato molto con il professore: ci ha spiegato che l'hanno ripulita dal collo ai talloni...Ci ha spiegato cosa vedremo se Emanuela vive...Un'altra Emanuela, perché le cicatrici delle ustioni sono tremende...E io mi chiedo : ma lei si accetterà così?». Appesi ad un filo, ad un cenno con il capo, ad una lacrima che scorre sul viso che Emanuela ha protetto quando è scoppiato l’inferno intorno a lei e alla sua amica, Sara Orsi, anche lei tra le vittime: «Si è già stabilizzata», testimonia il diario della madre: «Ero felice, ma devo rimanere con i piedi per terra... Quando la situazione di Emanuela è tranquilla è così bello che mi ci attacco subito, ma non devo pensare al domani...».
L’ambulanza corre nella notte dal Versilia fino a Cisanello. A bordo c’è Emanuela che ha appena parlato con sua madre, senza sapere che è l’ultima volta: «Mamma, è successo un grande incendio...Ma non ti preoccupare, sto bene...». All’altezza di Migliarino la ragazza si toglie la benda dagli occhi, è contenta: «Ci vedo, ci vedo...». Per quarantadue infiniti giorni quegli occhi saranno il contatto tra Emanuela ed i suoi cari, Prima di spegnersi per sempre.
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