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Carburanti spariti dall’Eni «È la banda degli autisti»
Chiesto il processo per 21 persone tra cui un autotrasportatore di Massarosa Tra le accuse l’associazione per delinquere: gestivano un mercato parallelo
LIVORNO. Un mercato al dettaglio, parallelo e illegale, alimentato da migliaia di litri di carburanti non tracciati, gestito da un sistema criminale governato dalla “banda degli autisti” (tra cui un 49enne di Massarosa) una cricca capace di taroccare i carichi di gasolio, kerosene, nafta e benzina al momento del rifornimento nel piazzale della raffineria Eni di Livorno con la compiacenza di chi avrebbe dovuto controllare le quantità, per poi rivendere il prodotto sottratto a gestori infedeli di aree di servizio sparsi sul territorio.
È questo - secondo la Procura della Repubblica - il sistema “benzina fantasma”. Nell’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Massimo Mannucci, sono indagate 21 persone, per lo più autotrasportatori, per i quali è stato chiesto il processo che si discuterà in Tribunale a metà gennaio. Tra loro c’è anche Marco Rossi, 49 anni, nato a Viareggio ma oggi residente a Massarosa. L’autotrasportatore è accusato insieme ad altri di appropriazione indebita continuata in concorso.
Si tratta dell’ennesimo terremoto nel mondo che si occupa di produzione, trasporto, consegna e vendita di carburante. Solo un mese fa, non a caso, proprio la raffineria Eni di Livorno era finita al centro della maxi inchiesta della Procura di Prato sulla presunta truffa dell’oleodotto che collega l’impianto livornese con Calenzano e nella quale si ipotizza la scomparsa di 60 milioni di litri di carburante. Ma se in quel caso tra gli indagati compaiono anche i nomi degli ex vertici dello stabilimento, in questa indagine a finire sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori è l’ultimo pezzo dell’ingranaggio della distribuzione sul territorio.
Le accuse. Al centro del sistema sette persone: Walter Federicis e Valerio Moschin, dipendenti della Cts e responsabili del piazzale, Gianfranco Priore, dipendente della Siti.cem Maintenance service e per questo attivo all’interno dello stesso piazzale della raffineria Eni e quattro autisti Sandro Voliani, Federico Nannini, Davide Di Salvo e Gianluca Casettori Cantini.
Nei loro confronti l’accusa è pesantissima: associazione per delinquere perché - si legge nel capo d’imputazione - in qualità di autotrasportatori, scambiandosi reciprocamente informazioni allo scopo di evitare o eludere i controlli ispettivi e di condividere la conoscenza di stazioni di servizio compiacenti, nonché alterando gli strumenti conta litri e di erogazione dei prodotti presenti nelle autobotti, si procuravano illecitamente quantitativi imprecisati di prodotto petrolifero». Secondo gli inquirenti, che nel giugno scorso hanno effettuato «prolifiche perquisizioni» a carico degli indagati, la cricca degli autisti avrebbe consegnato «denaro o buoni benzina» al responsabile del piazzale al fine di «manomettere i picchi di carico per ottenere l’erogazione di quantitativi aggiuntivi e non contabilizzati mediante l’alterazione della loro taratura». Fatto questo, il carburante sarebbe stato poi nascosto nel deposito della società Cts spa dove avvenivano anche le operazioni di trasbordo».
Il sistema. Del reato di appropriazione indebita continuata in concorso rispondono venti indagati, tra i quali 17 autotrasportatori (tra cui Rossi). È leggendo il terzo ed ultimo capo d’imputazione contestato agli indagati che è possibile ricostruire il sistema “benzina fantasma”. Sì, perché se da un lato gli indagati si sarebbero appropriati di prodotti petroliferi dalla raffineria Eni, dall’altro avrebbero fatto loro anche del carburante che ogni sera restava nelle autobotti dopo aver terminato il giro delle consegne. Poi però gli indagati avrebbero anche ideato un sistema che attraverso «un comando ad aria realizzato appositamente in base alla tipologia della cisterna» consentiva di eludere il conta litri e permetteva di sottrarre altro prodotto.
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