Sicurezza
In mille per l’addio a Lele e la sua ultima allo stadio
Le maglie, la felpa rossa dei Burlamatti e i colori bianconeri: così la città si è congedata da uno dei suoi figli più amati. I familiari: «Grazie a tutti»
VIAREGGIO. Il rosso sulle felpe, il bianco e il nero nel cuore. Non può che essere fatto di questi tre colori, simboli di Burlamacco, l’arcobaleno che dà l’addio a Emanuele Santarcangelo detto “Lele”, morto a 43 anni pochi mesi dopo la spietata diagnosi di un tumore. Da un lato gli amatissimi Burlamatti, di cui era presidente, e la bandiera del Carnevale che ricopriva il feretro. Dall’altro il bianconero manifesto della passione sportiva, che si chiamasse Viareggio calcio, Centro giovani o Juve.
Tutta la sua città, tutto il suo mondo, sono andati a salutarlo ieri. Erano in mille, o forse anche di più. La chiesa di Sant’Antonio era stracolma, a stento si riusciva a entrare. «I giorni degli uomini si diradano come i sogni al risveglio», si sente dire dall’altare.
C’è consapevolezza, insomma, da parte di tutti che la vita di Lele è stata troppo breve. Che tante passioni, tanti affetti - in cima l’amore per la moglie Ilaria e il figlio di 5 anni - non meritavano tutto ciò.
Ma la forza di Ilaria - che assieme ai familiari ringrazierà alla fine della giornata tutti coloro che hanno partecipato ai funerali di Lele, e che all’uscita dalla chiesa è in grado quasi di consolare lei chi invece vorrebbe darle coraggio - sono la lezione più grande. Sono la dimostrazione che, per quanto si passi velocemente nella vita come un sogno troppo bello, ci sono persone che lasciano più di una traccia. Un modo di vivere e di essere che resterà per sempre nei cuori di chi ti è stato accanto, di chi ha riso o imprecato accanto a te, che fosse per un gol sbagliato o per un corso rovinato dalla pioggia. Una lezione, per tutti coloro che hanno voluto o saputo apprenderla, che supera persino la morte.
Tanto che stavolta non stona neppure l’applauso fatto per due volte alla bara: una specie di omaggio commosso.
E l’omaggio, straordinario, c’è stato anche nell’ultima volta di Lele allo stadio dei Pini. Il carro con il feretro ha sfilato sotto la gradinata, con gli ultras del Viareggio pronti a incitare come in una domenica di calcio (nei dilettanti si gioca ancora, e solo, di domenica). Cori, fumogeni e tanta voglia di urlare contro il cielo come nella bellissima canzone che Luciano Ligabue dedicò alla curva dell’Inter.
Mentre assiste a questo spettacolo, un cronista sportivo viareggino noto e apprezzato riflette sul ruolo degli ultras, spesso vituperati, giustamente, per comportamenti sbagliati e spesso illegali. Ma a volte capaci anche del bello. E in questo caso, nel pomeriggio triste dell’addio a Lele, gli ultras rappresentano, simbolicamente, l’affetto dei viareggini per la loro città e per chi l’ha amata fino in fondo. Emanuele Santarcangelo era uno di loro e la sua passione non morirà certamente. Forse a rileggere la sua storia qualcuno, un pochino più disinteressato, si ricorderà «la gioia d’esse nati vì». E magari proverà a difenderla meglio di adesso.
@matteotuccini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
