Il Tirreno

Versilia

Il sindaco poeta che omaggia la sua città e il ’68

di Adolfo Lippi

Domenico Lombardi si racconta nel libro “Dove nessuno è” Tra personaggi, viaggi e il ricordo dell’epoca amata

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PIETRASANTA. Domenico Lombardi non sarà più sindaco di Pietrasanta. Me lo ha confermato. La politica è fatta così: si va e si viene. Ma Lombardi, pediatra gentile e affermato, poeta lo rimane. E presenta il suo libro “Dove nessuno è” (Passigli editore) soprattutto alla sua città, eppoi alla Versilia intera poichè da molti anni egli la traversa, se ne fa biografia, nel profondo ne ha vissuto certezze e delusioni. Divenendo amico di artisti di eccezione, quali Mitoraj , e conoscitore raffinato delle arti , di quelle classicheggianti a quelle di estrema avanguardia.

Ché Pietrasanta ha accolto ogni ben di Dio ed è rimasta la “piccola Atene” proprio perché richiama scultori e pittori d’ogni tendenza. Anche di quelle spericolate. La città è terra natale di Giosuè Carducci, tutti lo sanno. Ed ha dato poeti assai lirici e naturalisti, cito Raffaello Bertoli e Giuseppe Cordoni che hanno pubblicato molti volumi. Echeggiando le bellezze paesaggistiche e gli intimi accoramenti per l’armonia dei luoghi, la ricchezza degli ambienti, dalle Apuane al mare.

Lombardi raccoglie in questa antologia anni ed anni di lavoro. E vi si mescolano ricordi, incontri, perfino squarci di vissuto politico poiché Lombardi ha sempre camminato con uomini e donne, con la gente del popolo, coi ragazzi intrigati dalle ideologie. Descrivendoli con vivacità, passione, tanta nostalgia e la carezza del sogno. Profondamente umanista, Lombardi non si lascia andare troppo alla natura. Non echeggia Carducci delle “vedove piagge del mar Toscano”. Né fugge il mondo reale e drammatico. Vi rimane semmai attaccato, sempre però con la tenerezza verso le cose che il tempo trascina via, un tempo che colloca nel passato di Lombardi la sua “età dell’oro” quando serviva messa nel chiostro dei frati, quando comprava melograni d’amore, quando l’oggi finiva nella casa dei nidi di rondine, quando i compagni si chiamavano Giovanni, Federica, Lorenza. È lontano, è vicino, l’universo di Lombardi. Ossia lui descrive le ore andate con distacco, ma sono ore di appena ieri. Ore dense di luci, offuscate da ombre caravaggesche. Inquietanti.

Le poesie si possono suddividere in tre episodi. Nel primo Lombardi rievoca l’epoca “partecipata ed amata” chiamata “Sessantotto”. Nel secondo egli rammenta personaggi e figure della cittadina. Nella terza egli si fa pellegrino in vari luoghi e ne contempla la bellezza e l’incanto. In tutti e tre gli episodi Lombardi vi è partecipante. Nel senso che i suoi pensieri, i suoi stati d’animo, riguardano lo spettacolo del mondo che a lui è caro, che lo comprende, che lo motiva. Non cammina movimenti e paesi da freddo scrutatore di altro. Vi cala dentro, ne intuisce gli accordi più riposti. E la poesia scaturisce dalla sensibilità arricchita da un tocco sofferto, mai malinconico o leopardiano, tocco virile, tocco sobrio che si coglie in pochissimi versi. O parole. Dal “Sessantotto” il sindaco-poeta ricava che la “caduta dei giganti” degli ideali, delle ideologie, ha comunque seminato papaveri rossi e portato il vento della libertà. Certo, s’ammainano le bandiere rosse, tanti saranno i pentiti sulla “via di Damasco”, epperò mica si possono dimenticare i miti, mettere al cimitero le rivolte. Tutto è ancora qui, anche se lo scorgono in pochi. Nel tessuto che compone le poesie dedicate ai personaggi ciò che si ricama è l’aspetto che Lombardi ritrae con pennellate emozionali. Lorenza “ha gi occhi più tristi del mondo” e “lo sguardo di chi sa già tutto”. Giovanni è l’organizzatore di Natali poveri, che portava il bimbo in spalla e lo teneva per mano nell’ acqua più fonda. Federica, “capelli biondi , quasi bianchi”, sapeva ascoltare, paziente, i “poeti del silenzio’. Eppoi compare d’improvviso Charlie Gaul, il lucente invitto campione del ciclismo che Lombardi ragazzo, pedalando i colli apuani, teneva a compagno di miraggi. Scrive Lombardi: “I miei amici,/ sonnambuli di gloria,/ hanno cercato/paesi di pane/rapiti/ dal privilegio del nulla.” E così nella poesia rinascono “la Paquina, eroica bizzarra”,Casimiro ‘cantore di peccati e rime”, Enzo e Ferdinando, Piero e Domenico in “merende di pane/chitarre e canzoni.” Nel terzo episodio sbucan fuori la Sardegna, “volano aquiloni /su vele di surf furtivi arcobaleni/ dell’azzurro lontano”, la Barbagia delle austere montagne, la Maremma a Capalbio “ultimo arroccato paese in pietra”.

Sono piccoli ritratti che vedono il viaggiatore amarli senza prevaricare, senza imporre costruzioni mentali. Il poeta non li usa, non li sfrutta, i luoghi; ma li assapora con garbo, direi li sfiora con educazione. Più che cantarli, bisbiglia. Così “Dove nessuno è”,resta un’antologia per la sera. Quando sangue e intelligenza si sono riappacificate con l’intera volta stellare. Alla quale, grazie a Dio, apparteniamo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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