Gioco
La casa delle donne in fuga dalla violenza degli uomini sbagliati
In Versilia il rifugio delle vittime di abusi e soprusi maschili La maggior parte sono viareggine, anche molto giovani
VIAREGGIO. Regola numero uno: per amore non si uccide, non si picchia, non si umilia, non si fanno prigionieri. Regola numero due: metterselo bene in testa. Anche se i lividi fanno male, quelli sulla pelle e gli altri, nell'anima. Regola numero tre: pensare che se ne esce. Della donna che ad altre donne ferite ripete le tre regole non possiamo parlare. Ma è una forza della natura. Che manda avanti, insieme ai suoi collaboratori, la casa per donne vittime di violenza, quale che sia il dolore. Nove posti e una camera per le emergenze, il campanello che può suonare a qualsiasi ora del giorno e della notte, un cellulare per le emergenze, il cuore colmo di gratitudine per le forze dell'ordine con le quali la struttura ha rapporti costanti. La donna che ci apre la porta e ci rende partecipi del suo raccontare ripeterà come un mantra due parole: lividi e carabinieri. «Quando chiamiamo, magari perché un uomo violento sta dando la caccia alla moglie/compagna, non ci lasciano fino a quando intorno a noi tutto è tornato sicuro». Non capita spesso, ma accade. Come accade che siano le donne a decidere di tornare all'inferno. Perché non c'è donna picchiata, maltrattata, violentata che non si senta in colpa, che non covi dentro di sé la domanda "dove ho sbagliato?". Accompagnata dal senso di fallimento per quell'amore che avrebbe dovuto essere "quello che i cantanti cantano" e si è invece trasformato in una melodia stonata e gracchiante.
C'è un ricordo che aleggia come un fantasma nel pomeriggio ancora vuoto di voci e risate di bambini, sul tavolo di formica con le foto sparpagliate: «La vedi? Guarda com'è bella… Quando è arrivata era tutta un livido…La faccia irriconoscibile, nera di botte… Non riusciva neppure a camminare. Quell'uomo l'aveva distrutta anche psicologicamente. Qui è rifiorita…». Nelle parole che escono lente, quasi bisbigliate, e in quelle mani che sfiorano l'istantanea di un attimo di quiete è già chiaro che non c'è un lieto fine. Ma non ci si può fermare. Bisogna ascoltare: «È tornata con il marito. Poi, un giorno, i carabinieri l'hanno riportata… Era ridotta a stare in posizione fetale… È stata quindici giorni senza lavarsi… Passava la notte con gli occhi sbarrati nel buio a cercare campo al telefonino…». Quando sembra che il peggio possa davvero passare, la donna chiama il compagno. Al quale la struttura non può che "riconsegnarla". Iniziando da lì in poi a non dimenticarla.
La maggior parte delle donne che approdano sulla zattera di salvataggio offerta dalla struttura arriva dal "porto dei porci", come qui chiamano Viareggio. Sono per la maggior parte italiane, qualcuna con un passato/presente segnati dalla tossicodipendenza, altre - anche molto giovani - in fuga da famiglie disgregate, genitori che a loro volta si sono "persi", abusi subiti tra le mura domestiche. Hanno mariti/compagni italiani o stranieri con una caratteristica comune: la volontà di distruggerle, umiliarle, renderle dipendenti e succubi. «Non la lasciava andare neppure a fare la spesa», è la storia di una madre, una professionista, straniera ma da tempo in Italia. Alla fine lei, di notte, si è presentata ai carabinieri…Non aveva altro con sé che il figlio».
In alcuni casi è la droga a scatenare la follia intrisa di violenza, in altri l'alcol. Spesso, però, sono solo la gelosia, la prepotenza, il possesso da esercitare su quella donna troppo bella, troppo considerata sul lavoro, troppo socievole, troppo felice di stare al mondo insieme ai suoi bambini. Quei piccoli che finisconotrascinati nel ciclone delle violenze alle quali assistono inermi ed incapaci di difendere mamma continuando ad amare papà. Capita che la soluzione scelta dal minore sia smettere di parlare, aggrovigliarsi il futuro in mezzo a quelle bufere che piano piano ha imparato ad intuire, un attimo prima che esplodano. Magari a tavola, all'ora di cena. Quando babbo impugna il coltello, e anche se sei piccolo/a sai esattamente cosa c’è dentro quel silenzio carico di tensione, un attimo prima che la mano si alzi, non a tagliare la bistecca ma ad inseguire mamma…Che ti afferra al volo e riesce a guadagnare la porta, diretta alla caserma più vicina, sperando di arrivarci viva.
Difendersi dai coltelli, dalle auto incendiate, da quel bambino che non vuoi perché non riesci ad essere madre di te stessa, figuriamoci di quell'intruso che si fa sempre più spazio. Eccoli lì: lei che lo stringe in braccio, lui con la faccetta da sonno. «Non lo voleva. Ma l'assistente sociale ha fatto un gran lavoro. Lei ora sorride e lui ha fatto un anno e l'abbiamo festeggiato qui dentro…».
Dentro e fuori. «Loro sono rinchiuse e gli uomini sono fuori, nelle case messe su insieme a quelle donne a cui ora danno la caccia…», sono le parole con le quali chi ascolta le storie, asciuga le lacrime, assicura protezione, fotografa l'assurdità. Per questi sorrisi, voci, mani, occhi sgranati sulla paura, anche mezz'ora strappata all'estate per portare un piccolino a vedere il mare può segnare la fine.
La speranza è nella forza delle donne in fuga e di chi le sostiene. «Sono poche quelle che, una volta presentata la denuncia, tornano indietro. Quando si arriva lì, davanti ai carabinieri, si è deciso di andare avanti». L'Arma, presente sul territorio con la diffusione delle caserme, e la polizia di Stato: impegnati nel far funzionare il Codice rosa, nato per intercettare ogni violenza nei confronti di donne e minori prima che sfoci in tragedia. Dieci euro al giorno per i primi dieci giorni, è la somma a disposizione per ciascuna vittima. Poi la spesa è a carico dei Comuni, sempre più in difficoltà. E la struttura-zattera di salvataggio ha bisogno di risorse. "Noi le sosteniamo" è un po' lo slogan creato dal Lions Club di Viareggio presieduto da Luca Lunardini e riferimento per chi voglia dare una mano. C'è bisogno di tanto e di tutti. Perché nessuna può dirsi davvero al sicuro. Anche se lei ora canta in un'esplosione di note, mentre fa le pulizie. Ed è da quando ha lasciato il suo paese che non le accadeva più.
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