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Versilia

Donne scomparse, ha fatto tutto lo “zio”

di Matteo Tuccini
Donne scomparse, ha fatto tutto lo “zio”

Assolto l’avvocato Massa: per il tribunale non ha mai truffato né circuito Velia e Maddalena. A differenza di Remorini

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VIAREGGIO. L’avvocato Giunio Massa non ha avuto alcuna responsabilità nella truffa che è stata l’anticamera della tragedia di Velia Carmazzi e di sua madre Maddalena Semeraro. Né le hai mai circuite nella compravendita di due abitazioni, cedute da Velia e Maddalena ai familiari di Massa. Il tribunale di Lucca, infatti, ha assolto per non aver commesso il fatto il noto legale. Che era finito a processo per un filone dell’inchiesta sulle donne scomparse dal campo di via dei Lecci tra l’agosto e il settembre del 2010. Un’assoluzione piena, quella di Massa, che chiude il cerchio su un giallo che per 4 anni ha inquietato la Versilia e mezza Italia.

Tutto in capo a Remorini. La decisione del giudice Giuseppe Pezzuti - a conclusione del procedimento penale in rito abbreviato a carico di Massa, che era stato separato dagli altri imputati - arriva a cinque mesi esatti dalla sentenza della Corte d’Assise (vedi a fianco). Sentenza che aveva condannato Massimo Remorini a 38 anni di carcere e la badante Maria Casentini a 16 anni. Proprio Remorini, che condivideva con Massa i capi d’imputazione di truffa e circonvenzione d’incapace, è al momento l’unico responsabile - assieme alla Casentini - nella vicenda giudiziaria delle due donne. Non solo nella scomparsa vera e propria, ma anche per quanto riguarda le due case di proprietà, in via Machiavelli a Viareggio e via della Caserma a Torre del Lago, acquistate dai familiari dell’avvocato Massa.

La questione delle due case. È questo il nodo vero della vicenda, il punto da cui il sostituto procuratore Sara Polino si era mossa per spiegare come mai si era arrivati all’emarginazione delle due donne in un terreno abbandonato in via dei Lecci. Da cui non sono più “riemerse” alla vita. Secondo l’accusa, l’avvocato Massa era stato il deus ex machina, colui che - assieme a Remorini - aveva organizzato e portato a termine il doppio affare. Che - secondo gli inquirenti - aveva portato via alle due donne, a prezzi ritenuti inferiori ai valori di mercato, due immobili di discreto valore. Per la precisione, 294mila euro a fronte dei 570mila euro ritenuti congrui. I beni, tra l’altro, non passarono mai nelle mani di Giunio Massa, ma dei suoi familiari: quattro contratti furono stipulati tra Velia, Maddalena, il figlio e nipote David Paolini da una parte e Alberto Massa (fratello di Giunio), Gabriella Loggini e Andrea Massa (moglie e figlio del legale) dall’altra per il passaggio delle due abitazioni.

La difesa del legale. Ma quella ricostruzione è stata duramente attaccata dagli avvocati Riccardo Carloni ed Enrico Marzaduri, difensori di Massa. «Con interviste difensive, perizie sugli immobili e relazioni tecniche - afferma l’avvocato Carloni - abbiamo dimostrato che i passaggi di proprietà sono avvenuti correttamente, di fronte a notai, e a prezzi assolutamente in linea con i valori di mercato. Tenendo conto che si trattava di immobili occupati e in condizioni precarie». Ma c’è un elemento fondamentale che la difesa di Massa tiene a sottolineare, e che è la domanda chiave alla luce di quanto emerso nella sentenza della Corte d’Assise. Che - nelle motivazioni scritte dai giudici - definiva le compravendite «un complesso meccanismo nell’interesse esclusivo di Giunio Massa». «In realtà - afferma Carloni - la Corte d’Assise tratta il profilo del nostro assistito in poche righe, ammettendo di non potersi pronunciare, anche perché di lui si è discusso in un altro processo. Ed è proprio in questo processo che sono stati portati elementi di prova tali da scagionare completamente Massa. Di conseguenza, non c’è alcuna contrapposizione tra una sentenza di quel tipo e il pronunciamento ultimo del tribunale di Lucca». Che, come detto, congeda Massa dal giallo di via del Lecci.

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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