La protesta
Attenta Viareggio sono i figli tuoi
Imprenditori della movida, operatori impegnati nel sociale e genitori si interrogano. «Siamo tutti un po’ colpevoli»
VIAREGGIO. Voci della città che, questo è il filo comune, non si tirano indietro e ci mettono la faccia. Di fronte a quel morto ammazzato sul marciapiede della Darsena e ai due presunti colpevoli da ieri rinchiusi nei carceri minorili di Roma e Torino. «Siamo sicuri di sapere chi sono i nostri figli? Quando vado in Passeggiata la mattina e ci trovo pieno di "bamboretti" mi chiedo “ma è possibile che nessuno venga a vedere?” Così come alle tre di notte non mi aspetto di trovarmi un quindicenne davanti al banco del locale… Forse perché io ho 46 anni e mi aspettavo un futuro diverso…»: è la voce di Esmeralda Giampaoli, imprenditore della ristorazione e della movida tra Viareggio e Torre del Lago, presidente di Confesercenti Versilia, madre di una pre-adolescente e di un bambino di 8 anni. «Parlo prima di tutto da mamma - ci tiene a dire - di fronte a quello che è accaduto non posso fare diversamente».
E da genitore il pensiero corre a quelle famiglie tirate già dal letto all'alba, ieri: «Inevitabilmente tutti si chiedono chi sono e si ascoltano i commenti più svariati. Ma la risposta alla domanda "che gente sono?" è una sola: gente normale, genitori di chi viene a scuola con i figli di tutti… Tutti noi pensiamo di aver fatto del nostro meglio, e sai che qualcosa può sempre sfuggire al nostro controllo».
Parla di “brusco risveglio” della città tutta, Giampaoli: «È stato questo la fiaccolata che ha attraversato Viareggio, con gli amici di Manuele Iacconi in prima fila. È stato il momento in cui la città ha avuto un brusco risveglio…».
Sembra scontato, ma «bisogna riflettere su quello che è successo. La violenza - conclude la presidente di Confesercenti - è in aumento perché l'aria che si è respirata a Viareggio non è quella di un ambiente protetto, sicuro. Là dove si impoveriscono il tessuto urbano e quello economico, è chiaro che in qualche modo prima o poi le maglie si allargano, si slabrano…È il momento di ripartire da un voler bene alla città in senso lato, che comprenda tutta Viareggio, a partire dai suoi quartieri più trascurati».
Cartoline da Viareggio, quella ex Perla della Versilia messa brutalmente di fronte alla realtà dei fatti: la conchiglia che avvolge la perla non protegge più. «Un tempo, di fronte al fatto eclatante, si poteva dire “ma come, in una città come Viareggio…?!” Oggi non è più possibile: una città come Viareggio è il nodo di spaccio per tutta la Toscana, con un tasso di criminalità molto alto…Una città con tanti limiti ai quali in questi anni non si è messo un limite…»: Emanuele Palagi è un giovane psicologo, padre di un bambino piccolissimo, presidente del Comitato “Non la bevo”, e ha lavorato per qualche anno nelle scuole medie viareggine con un progetto di ascolto voluto dal Comune e poi bruscamente interrotto. «Basti pensare ad un fenomeno banale come quello dei vetri delle auto spaccate: la mia assicurazione ha risposto “non vendiamo questa polizza a Viareggio”. Appena due anni fa mi avevano assicurato che al rinnovo sarebbe stato possibile. Non mi pare di abitare in questa gran isola felice…».
Palagi guarda lungo e dice, duro: «Siamo davvero tutti un po' colpevoli di fronte a fatti come quello dell'uccisione di Manuele Iacconi. Abbiamo lasciato che prendesse il posto della coscienza civica quella che io chiamo una logica da Quarto grado, quella per cui ci sediamo e ci guardiamo lo spettacolo. Pensa alla pineta, uno dei luoghi più belli di Viareggio: tutti sappiamo che ormai lì c'è il supermercato dello spaccio ma invece di ribellarci lo prendiamo come un dato di fatto, tiriamo un po' i remi in barca». Il messaggio di Palagi è di quelli che scuotono: «Facciamo che quanto accaduto, la morte di Manuele e due minorenni in carcere, non diventi un altro momento di sterile indignazione. Ora apriamo gli occhi su una città che non è più quella che immaginiamo. Bisogna un po' svegliarci. Chiunque di noi deve fare un pezzetto: perché nessuno è innocente di fronte a questo».
Trentatre anni, coetaneo di Iacconi, volontario della Croce Verde con milioni di ore passate dietro un mixer: Andrea Paci è il dj più noto in città, con esperienze in Italia e all'estero, e una bambini in età da scuola materna. «Un mese fa - racconta - sono andato a fare una serata in Darsena e mi sono spaventato da quello che è diventata quella zona. Un livello di criminalità altissimo, al quale si mescola il livello di sregolatezza che i più giovani oggi raggiungono. Non è la Darsena che conoscevo io. E quello che mi ha colpito è vedere da una parte l'aumento degli atteggiamenti aggressivi, e dall’altra una familiarità con gli spacciatori, la criminalità. Come fosse normale». Portare un'ambulanza nella Darsena della movida è diventato un problema, come lo è stato in passato sulla Marina di Torre del Lago, nelle estati più affollate: «Recentemente i volontari, chiamati a intervenire nei pressi di uno dei locali più noti, hanno avuto paura».
La conferma arriva da Carla Vivoli, che della Croce Verde è presidente: «I nostri interventi nella notte e nei locali del divertimento notturno sono aumentati: o sono risse o c'è qualcuno in stato ebbrezza o sotto l'effetto degli stupefacenti. Con reazioni che non sono controllabili, di persone che impugnano coltelli, bottiglie. I ragazzi escono la sera e dopo un paio d'ore sono già in condizioni tali che vanno proprio in cerca di violenza. Il nostro personale ha paura di scendere dalle ambulanze: per farlo chiediamo spesso il consenso delle forze dell'ordine». Convinta che alla fiaccolata debba seguire un lungo lavoro collettivo inzuppato di olio di gomito, Vivoli conclude: «Gli arresti erano una cosa che doveva accadere, anche per la famiglia stessa di Iacconi. Pur essendo minorenni dovranno pagare in un modo o nell'altro».
Da tempo denuncia l'aumento della violenza tra il popolo della notte, al punto da scegliere - pochi anni fa - di chiudere per sempre l'esperienza decennale del Croda, la festa delle feste per l'estate degli under 30 viareggini e non. Giampaolo Di Beo è operatore balneare e genitore: «L'ho vista crescere la violenza, ed è anche per questo che il Croda non c'è più…E non è solo un problema di più sorveglianza, ma di cultura, che deve coinvolgere ognuno di noi, ripartendo dalle famiglie». Anche se di sorveglianza c'è e ci sarà bisogno, andando col pensiero alla prossima estate. Due guardiani dell'Altro mare, gestito da Di Beo, sono stati aggrediti alle spalle e pestati a sangue la scorsa estate e ancora ne portano i segni.
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