Il Tirreno

Versilia

il caso

Prete condannato per la predica all'altare

Donatella Francesconi
La chiesa di Braccagni e don Luigi Corsi
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La chiesa di Braccagni e don Luigi Corsi

Durante un funerale a Grosseto aveva accusato il vedovo di avere abbandonato la defunta: la risposta era stata una querela e il giudice di pace ha dato ragione al marito

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MASSAROSA. Quella frase dal pulpito proprio non doveva dirla. E per di più davanti a familiari, parenti, amici della defunta e della sua famiglia. Così la sentenza del giudice di pace di Grosseto Vincenzo Colantuoni che condanna don Luigi Corsi a 300 euro di ammenda, 500 di risarcimento danni, 1.100 di spese legali di parte civile nei confronti di Luigi De Donatis, ex marito della defunta signora Rossi, madre di Andrea De Donatis, residente a Massarosa e che ha avuto un ruolo importante nel processo.

Era il 28 ottobre 2008 quando don Luigi, nel celebrare il funerale della donna nella chiesa di Braccagni, frazione di Grosseto, pronunciò questa frase: «Nel momento della malattia, il marito che le aveva giurato amore eterno anche in malattia, l’ha abbandonata». Frase ancora più grave - è stato il giudizio - perché pronunciata alla presenza di più persone.

Luigi De Donatis non ha accettato quelle parole risuonate durante la cerimonia funebre nel giorno dell’ultimo saluto alla sua ex moglie. Ed assistito dall’avvocato viareggino Tiziano Nicoletti ha presentato querela e portato il parroco davanti al giudice di pace. Il quale gli ha dato ragione. Ma don Luigi non si è arreso ed ha presentato appello, difeso dall’avvocato di Grosseto, Nicola Scialla. L’udienza davanti al giudice monocratico del Tribunale di Grosseto, Giovanni Puliatti, è fissata per giovedì 11 dicembre. Ed è di nuovo la giustizia non ecclesiastica a doversi pronunciare - probabilmente caso unico in Italia - su cosa si possa dire o non si possa dire durante una cerimonia religiosa, in una chiesa cattolica considerata per storia millenaria un territorio “franco” di fronte alla legge degli umani.

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È stato proprio il figlio della defunta ad affermare con decisione, in primo grado, che il parroco usò proprio il termine “abbandonare”. Con il risultato di far svuotare la chiesa, nella quale si trovavano sia i parenti della signora Rossi che quelli dell’ex marito. Segno inequivocabile dello stringersi comune intorno alla defunta.
«Il parroco - argomenta l’avvocato Scialla nell’atto di appello - avrà fatto un accenno generale alla situazione dei divorziati, ma nessuna intenzione di offendere il marito ed il figlio della defunta».

A questo si aggiunge - continua il legale del parroco - «don Luigi Corsi non conosceva minimamente né la defunta, né il marito, né il figlio. Si ritiene che nella condotta tenuta dal parroco non solo non vi è stata la presenza di “animus diffamandi o iniurandi”, ma nemmeno del dolo eventuale o generico».

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Il pubblico ministero - ricorda l’avvocato difensore - aveva chiesto l’assoluzione di don Luigi. Mentre il giudice di pace ha ritenuto valide le argomentazioni del legale di parte civile, riconoscendo dunque l’offesa che le parole del parroco hanno arrecato al marito della defunta.

Tra la sentenza di primo grado che ha condannato il parroco e l’appello, la discussione sulla figura dei divorziati infiamma il dibattito tra i cattolici a partire dalle recenti interviste che papa Francesco ha rilasciato ad alcuni quotidiani stranieri parlando apertamente della necessità di «integrare» i divorziati nella stessa Chiesa che oggi li esclude. Ed è esattamente così che si deve essere sentito Luigi De Donatis quando, di fronte alla bara della donna che aveva amato, sposato e che era la madre dei suoi figli, si è visto puntare contro il dito di un parroco ultraottantenne che - come ammette il suo difensore - niente sapeva delle persone che aveva davanti, strette intorno alla salma della loro cara.

 

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