Sicurezza
«Potevo esserci io al posto di Manu»
Parla Matteo Lasurdi, il 31enne che era in auto con Iacconi «Sono stato fortunato, ma non riesco a esser felice»
VIAREGGIO. «Ci penso ogni sera: al posto di Manuele potevo esserci io. E anche quando mi rendo conto che solo per caso hanno massacrato lui e non me, non riesco a essere felice». Matteo Lasurdi è il sopravvissuto del pestaggio di Halloween. Era nella macchina con Manuele Iacconi e anche lui ha fatto i conti con la furia della baby gang che ha ucciso il suo amico. Matteo se l’è cavata con uno zigomo fratturato, un’operazione chirurgica e un ematoma alla testa che ancora non si è riassorbito. Per questo ha dovuto lasciare il lavoro e chiudere la ditta di giardiniere che gestiva insieme a un collega.
A di stanza di un mese le ferite non sono ancora del tutto guarite (i medici gli hanno dato una prognosi di 45 giorni) ma più delle pene del corpo, a far male a Matteo è quel vuoto che si porta dentro e che probabilmente non lo lascerà mai: è il vuoto di una violenza senza significato, di una barbarie priva di umanità che gli ha strappato l’amico con cui era cresciuto.
Halloween. Di quella notte maledetta Matteo ha ricordi confusi. «Ero nella stessa macchina di Manuele, insieme ad altri due amici, un ragazzo e una ragazza. Stavamo tornando a casa dopo una serata trascorsa al Club nautico. Davanti c’era un’altra macchina, con a bordo una coppia di amici che avevano trascorso la serata con noi. Stavamo percorrendo via Coppino quando siamo arrivati al semaforo. L’auto dei nostri amici è riuscita a passare prima del rosso, mentre noi siamo rimasti bloccati in fila».
È una questione di secondi: sarebbe bastato un attimo e anche la macchina su cui viaggiavano Matteo e Manuele avrebbe passato l’incrocio di via Oberdan e tutti sarebbero arrivati a casa senza problemi. Ma il destino ha scritto un’altra storia. «Dell’aggressione non ricordo quasi niente – dice con voce tremante Matteo – Ho solo dei flash, delle immagini confuse. C’era gente per strada. Manuele, era seduto davanti, ed è sceso dalla macchina. Ho visto che stava discutendo con dei ragazzi, così sono uscito e sono andato a dirgli di lasciar perdere e di venir via. Mi sono voltato e mi pare che anche lui avesse fatto lo stesso, ma in quel momento ho ricevuto un colpo e ho perso conoscenza». Matteo non sa chi è stato a colpirlo e neppure se ha usato un casco o un pugno. Fatto sta che mentre lui è a terra privo di sensi inizia il massacro di Iacconi. «Mi sono ripreso dopo un po’ e davanti agli occhi mi si è presentata una scena assurda, che non avrei mai voluto vedere: Manu era a terra, ridotto in fin di vita». Ricordare quegli attimi per Matteo è doloroso: «Se non avessi perso i sensi – dice – forse avrei potuto fare qualcosa per salvarlo. Potevano prendersela con me? Si, è vero. In questo mese ci ho pensato spesso: “Perché lui e non io?”, mi sono chiesto. La risposta non ce l’ho. Forse Dio ha voluto così, anche se io non sono molto religioso. O forse è stato solo il caso. Dovrei ritenermi fortunato, eppure ogni volta che ci penso non riesco a provare un briciolo di felicità. Solo tanta rabbia».
Nel mese di coma dell’amico, Matteo ha vissuto tra l’angoscia e la speranza: «Io sono un ciclista e so che dopo una caduta ci si può rialzare – racconta – Manu è forte e credevo ce l’avrebbe fatta...». Purtroppo non è andata così.
Cresciuti insieme. L’amicizia tra Iacconi e Lasurdi risale all’età in cui si è bambini nello stesso piccolo paese. «Manu lo conosco da sempre – racconta Matteo – Siamo cresciuti insieme a Piano di Mommio e poi ci siamo ritrovati al Marco Polo. Manuele era più grande di me, ma uscivamo lo stesso insieme. Quando ho iniziato a girovagare per il ciclismo (Matteo è stato corridore professionista, ndr) ci siamo un po’ persi, ma ogni volta che tornavo a casa andavamo a fare una bella mangiata. Anche le nostre famiglie sono simili: entrambi, ad esempio, abbiamo due fratelli. Cosa mi ricorderò della nostra amicizia? Tutto. Ne abbiamo combinate talmente tante che ci si potrebbe scrivere un libro. Il pensiero va al nostro ultimo viaggio a Malta, fatto un mese e mezzo prima della notte di Halloween. Andammo a trovare un amico che si trovava sull’isola per motivi di lavoro e ci siamo divertiti moltissimo. Memorabile, invece, quella volta che in una discoteca della Versilia, nascosta in uno stanzino, abbiamo scovato una torta nuziale messa lì in attesa degli sposi che sarebbero arrivati a breve. Eravamo affamati e così l’abbiamo assaggiata....».
Responsabilità. Aneddoti e storie di trentenni cresciuti assieme. Un mondo di memorie spazzato via da una notte di violenza: «Cosa direi al ragazzo che ha massacrato Manuele? Gli darei un pacchetto di sigarette – dice amaramente Matteo – Ho letto che il reo confesso ha raccontato alla polizia di aver chiesto solo una sigaretta. Mi sembra una presa in giro. Non sono un vendicativo, ma spero che i nodi vengano al pettine. Ho fiducia nella giustizia, però devono fare presto e punire i responsabili». Matteo sa che i giovani coinvolti nel pestaggio sono tutti molto giovani e per questo si rivolge anche alle loro famiglie: «Se un ragazzo di quell’età fa una cosa simile la famiglia ha delle grosse responsabilità – dice – I miei genitori mi hanno sempre insegnato il rispetto degli altri. Se fossi stato io a massacrare qualcuno, in ospedale mi ci avrebbe mandato mio padre. Così, mi rivolgo al babbo e alla mamma di questi ragazzi e domando: come avete educato i vostri figli? Cosa gli avete insegnato? Quale esempio avete dato loro?».
@Parrini77
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