Sicurezza
Il nostro Varignano così lontano da quella violenza
Parla chi vive e lavora tutti i giorni per superare le difficoltà del quartiere. «La rabbia c’è, ma anche la voglia di cambiare»
VIAREGGIO. «Questo è un quartiere che vuole cambiare. Qui ci sono le energie e gli sforzi migliori, c’è la solidarietà tra chi ha di meno. Qui, in una parola, nasce la voglia di riscatto che serve in questo momento a Viareggio».
No, non ci stanno Emma, Alice, Nella e tutti coloro che vivono e lavorano nell’ “altro” Varignano. Non ci stanno a sentirsi dire che il quartiere ribolle di rabbia, che è una polveriera, e che è normale che produca bande di ragazzini capaci di uccidere un uomo a colpi di casco. Perché è anche e soprattutto da qui che sono partite tante battaglie per i diritti. L’ultima in ordine di tempo, quella delle mamme arrabbiate per i guai delle scuole materne e degli asili nido: molte di loro vivono proprio al Varignano, ed è lì che si sono riunite per settimane (nella sede della cooperativa Il Cappello).
È vero, i problemi nel quartiere ci sono. E sono enormi. «Ogni giorno - afferma Nella De Angeli, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo di zona Don Milani-Lenci - entro a scuola pensando a una frase dello psichiatra Vittorino Andreoli: “I nostri adolescenti sono come vasi di Murano: tanto belli quanto fragili”. I ragazzi sono vittime di un vuoto di sentimenti, e la nostra scuola cerca di riempire questa assenza. Bisogna darsi da fare, prevenire i fenomeni di aggressività che emergono. A breve partirà un nostro progetto, pensato assieme all’Asl, per educare i giovani all’affettività». In parole povere, a stimolare emozioni ed empatia per l’essere umano in chi non ne ha. Ci sono giovani che non si sentono in difficoltà, nel pensare di far male a qualcuno. Perché, semplicemente, non provano niente per l’altro.
È solo una delle tante iniziative che si fanno alla Don Milani-Lenci: grazie alla collaborazione con le associazioni, con il mondo del volontariato e la parrocchia, c’è un fitto calendario di appuntamenti pomeridiani nell’istituto. Perché la preside De Angeli crede nella scuola aperta sempre, che sia «luogo d’incontro e modo per togliere i ragazzi dalla strada». Tutt’altro che strano che un’insegnante come lei, volitiva e piena di entusiasmo, diriga la scuola di riferimento del quartiere troppe volte nel mirino per fatti di cronaca o legati al sociale. «Ma non voglio che si trasformi un fatto pure gravissimo - dice - nell’emblema di una comunità. La violenza immotivata, senza cause evidenti, è un fatto diffuso. Certo che leggere queste cose mi pone domande a cui è difficile rispondere. Ma mi dà anche la forza di raddoppiare, se possibile, i miei sforzi perché le cose cambino».
E le cose stanno già cambiando. Cambiano ogni giorno, grazie al lavoro di persone come Alice Lepore, presidente della cooperativa Il Cappello, ed Emma Viviani, dell’associazione Araba Fenice. «Noi, come altre realtà lavoriamo contro la dispersione scolastica e per il sostegno alle famiglie - dice Alice - i gesti gravissimi di un singolo non rappresentano tutti i ragazzi del Varignano, ma qui troppi giovani sono lasciati soli. Mancano gli spazi, si pensi alla chiusura del Vasco Zappelli». Anche Emma Viviani - paladina della lotta alla tossicodipendenza e all’isolamento in cui cadono tante persone ai margini - accusa: «La politica, ma anche chi amministra negli uffici pubblici, è incapace di pianificare il futuro di questa parte di città. Qui il malessere c’è ed è pesante: ma ci sono anche bellissime esperienze. Come la solidarietà tra chi vive nelle case popolari, o le partite al Parco della Fenice con il calciatore Andrea Masiello. Ci sono potenzialità enormi, ma dobbiamo credere nelle persone. E non nei pregiudizi».
@matteotuccini
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