Italia
Villa Argentina pronta per diventare il simbolo della riscossa viareggina
A novembre riaprirà il gioiello architettonico restaurato Potrebbe essere la sede di rappresentanza di tutta la Versilia
di ADOLFO LIPPI
C’è un gioiello architettonico che torna a rinnovarsi, a risplendere. È la famosissima Villa Argentina, sul lembo sud della Pineta di Ponente, ammalata e quasi defunta per anni, adesso, grazie ai soldi del Ministero e della Provincia di Lucca, resuscitata e ammaliante. Riaprirà al pubbico in una domenica di novembre.
L'abbiamo visitata venerdì, assieme a Stefano Baccelli, animoso e gentile presidente della Provincia, coi consiglieri Andrea Palestini, che fu sindaco di Viareggio nelle stagioni pre-agoniche (quando ancora v'era speranza) e Luigi Bruni di Borgo a Mozzano (il paese del ponte del diavolo).
L'abbiamo visitata tutta, dai garage allo splendido solarium da dove si gode una stupefacente visione della pineta (con cinque pini rimasti e tanti energici lecci), delle Apuane e dei tetti della città. Da qui i tedeschi, durante l'occupazione, scrutavano i nemici, vi avevano piazzato due mitragliatrici, qualche volta sparavano ed erano sparati. Ma la villa restò intatta, nemmeno bucherellata; sicchè oggi, tirando un sospiro di sollievo, si può parlare di rinascenza.
Dice Baccelli: . «Il recupero di Villa Argentina non è stato facile. Venne acquistata nel 2006, due ditte alle quali furono affidati i lavori non li portarono a termine. Poi da qualche mese con un’altra ditta di Prato le cose sono andate liscie e spedite».
Il costo dell’operazione? Un milione e mezzo lo mise il ministero, i restanti due milioni e mezzo di euro li stanziò la Provincia. Adesso siamo all'inaugurazione.
Ma a chi verrà destinata? Questo è il problema. Viareggio possiede molti edifici pubblici (alcuni usati altri in abbandono, vedi villa Borbone), ma la villa Argentina è un unicum: richiama la Belle Epoque, richiama una generazione di bagnanti festaioli, signorili, cosmopoliti, gente che dall'Ottocento al Novecento s'ingraziosì col liberty, stile che potrebbe aver qui la sua capitale, almeno nella dimensione di casa vacanza.
Progetta Baccelli: «L'edificio che è di proprietà della Provincia verrà passato al Comune che può allocarci la sua sede di rappresentanza. Ma l'ambizione sarebbe offrirlo a tutti i comuni della riviera. Questi potrebbero avere un unico assessorato alla cultura e villa Argentina sarebbe il luogo adatto per mostre e convegni».
Traversiamo le tante stanze, Andrea Palestini che, si vede, c'ha messo la anima, ne fa il racconto, informato, prezioso di notizie.
La villa fu edificata nell'Ottocentosessantacinque. Apparteneva a una nobile piemontese, Francesca Rocco Oytana. Era metà italiana, metà argentina e quindi dette il nome "argentina" alla casa che non era quella che si vede adesso. Era più modesta, tutta serrata dal verde che portava ai monti. Poi per il timore che le costruissero accanto la baronessa comprò il giardino che dà sulla pineta, vi disegnò aiuole ampie, vi piantò alberi centenari, le famosissime piante del corallo, che danno fiori sboccati, rossi, esotici e rammentano la pampa. La figlia Josephine sposò poi un barone di Sant'Elia e lo stemma dei Sant'Elia, di Torino, ancora, in lettere bianche e blu, arricchisce la vetrata di ingresso. Con la figlia la villa s'ingrandì ed ebbe un grandioso salone da ballo tutto stucchi e oro.
La direttrice del restauro generale, Marta Cecchini, bruna, luminosa, espertissima, ci dà il senso dell'imponenza dei lavori: ogni particolare è stato o ritoccato o reinterpretato (con affreschi di tocco rinascimentale). Il direttore del restauro opera di pennello fine ed occhio attento e rispettoso, è Lucio Tommasoni. La giovane Irene, sua assistente, ci mostra per i fiori e gli arabeschi la collocazione delle foglie di argento. In questo salone, dove vi saranno ricollocate le originali pareti con dipinti di scene bucoliche, si facevano danze, dal valzer viennese al foxtrot al charleston. Viareggio traboccava di donne leggiadre, seducenti, modaiole e il loro cantore era il conte Boni, detto Cravache, che le disegnava sulle rotonde del "Balena" del “Felice” del “Nettuno”.
Ma gioia delle gioie di villa Argentina sono le maioliche dipinte da Galileo Chini, magistrale decoratore e pittore del Liberty italiano (e non solo). Le maioliche adornano la facciata della villa. Sono tornate a rifondersi col cielo e il verde della pineta. Raffigurano putti con trionfo di fiori e frutta. Assieme agli addobbi del Gran Caffè Margherita, alla facciata della Misericordia, ai tanti villini ancora salvati, rappresentano un itinerario che farebbe gola a qualsiasi località di bagni in Francia, Austria, Belgio. Ma qui? I bei lavori che Patrizio Mezzani di Montecatini ha seguito e che espone nel sopraluogo quale destino avranno?
«Vorremmo - dicono all’unisono Baccelli e Palestini - che la riapertura di villa Argentina fosse un segnale forte di riscossa. Un primo avvio alla ripresa che tutti auspicano».
Non sia, dunque, la villa un percorso, quasi cimiteriale, della memoria, un lamento, un sospiro. Le vacanze che furono bellezza e arte (come ben dimostra l'attività del Centro Matteucci, privato) possono venire ancora industrializzate e recare benessere. Senza il quale non c'è vita.
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