Gioco
Inaco, una storia viareggina incisa nel legno
A Villa Borbone si apre questo pomeriggio la due giorni dedicata allo scultore che raccontò la Darsena più vera
di PAOLO FORNACIARI
Il legno è la materia prima che maggiormente ha contribuito a scrivere la storia di Viareggio. Di legno era la prima torre eretta sulla spiaggia viareggina nel 1169, sostituita alcuni anni dopo dal "Castrum de via Regia", l'imponente fortificazione costruita dai lucchesi e dai loro alleati genovesi sulla riva del mare a difesa della costa e del territorio circostante, che diede origine al primitivo nucleo intorno al quale ebbe origine, fra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, il borgo di Viareggio. Il legno, poi, diede forma e concretezza all'ingegno e alla fantasia dei viareggini. Nella lavorazione del legno i viareggini hanno reso labile ed indefinito il confine fra artigianato ed arte. Così è stato nella realizzazione dei velieri, che dagli scali delle darsene prendevano il largo, pronti ad affrontare nuove ed impossibili rotte in tutti i mari del mondo, dagli scafi superbi ed eleganti che suggestionarono Mario Tobino, che nel suo Sulla spiaggia e di là dal molo dedica a Fortunato Celli, il popolare "Natino", valente maestro d'ascia, i bellissimi versi: «Costruisti, Natino, i bastimenti più belli, freschi e superbi in ogni mare, avevano il soffio delle anfore greche».
Così e stato nelle strutture eleganti e bizzarre degli stabilimenti balneari su palafitte e degli chalet della Passeggiata, che caratterizzarono l'immagine architettonica della Viareggio balneare, e nelle costruzioni carnevalesche, fantastiche e variopinte, che sotto una fragile epidermide di cartapesta da sempre celano uno spirito dissacrante ed una solida ossatura di travi e travicelli, leve ed altri marchingegni, tutti lignei frutto della tradizione e dell'esperienza di lavoro delle maestranze dei cantieri navali. «A quel tempo - ha scritto un altro grande scrittore viareggino come Silvio Micheli - il carro nasceva odoroso di ragia e di pece, a colpi d'ascia e a colpi di mazzetta…».
In questo ideale percorso di valorizzazione del legno, che attraverso l'intelligenza e l'estro creativo dell'uomo, da manufatto artigianale assurge ad opera d'arte, trovano un posto d'onore le sculture lignee di Inaco Biancalana.
Quelle piccole statue di legno che si trovano sparse in quasi tutte le case viareggine, rappresentazione, solo superficialmente aneddotica e caricaturale, di personaggi della Viareggio di ieri. Di quella Viareggio umile e vera che popolava le darsene, che viveva, con fierezza e dignità, un'esistenza di fatica, miseria e dolore, con la schiena incurvata sotto il peso di un duro lavoro e di un destino troppo spesso ostile, il volto segnato dal sole e dal salmastro, ma con negli occhi l'azzurro del cielo ed un fanciullesco sogno di libertà.
Quello era il mondo dove Inaco ha mosso i primi passi e dove ha maturato la propria originale vocazione d'artista. Un mondo semplice e genuino dal quale non si è mai allontanato, di cui era orgoglioso e che ricordava ogni qual volta ne aveva l'occasione.
Allora, con la voce velata da una sincera commozione, facendo cadere le parole sicure e lievi come trucioli sotto il suo scalpello, raccontava: «In casa mia, nella mia famiglia. abbiamo sempre avuto nel sangue questa passione per scolpire e lavorare il legno. Mi ricordo mio nonno. Era un po' il mago per noi ragazzi. Si chiamava Basilio e l'avevano soprannominato Mangialegna appunto per questa passione di lavorare il legno. Era un omone alto così ed ogni sera arrivava a casa con una grande fascina sulle spalle. A quei tempi i calafati tornavano a casa così: con un gran fascio di legna sulle spalle e il rotolo di stoppa e la marmitta per la pece. In via di Mezzo c'era sempre un grande odore di resine. Erano i calafati che passavano e lasciavano dietro di sé questo odore di pineta e nelle sere del sabato si fermavano dal barbiere e nelle osterie a dar fondo al riscosso. Nonno Basilio tornava a casa e cavava di tasca un enorme coltello. Da un pezzo di legno mi faceva una barchetta ed io guardavo affascinato il suo maneggiare abile. Così crebbe in me questa passione. Vagavo nell'orto e scalpellavo tutti i pezzi di legno che trovavo per terra. Era tanta la passione per quel lavoro che un giorno di Natale chiesi per regalo un martellino per scalpellare, invece delle solite automobiline di tutti i ragazzi».
Nacquero in tal modo le sue innumerevoli sculture: l'eterogeneo campionario di "tipi" della sua Viareggio (pescatori di cée e di sciabica, marinai e calafati); le sue "macchiette" (i vari "Amato", "Picciù", "Zinoni", "Ventofino"), testimoni di un'umanità degradata, «poveri esseri che - come ha scritto Enrico Tomei - navigavano senza rotta e senza timone nel mare di una misera esistenza», riscattatati alla vita dall'arte di Inaco, densa di comprensione e di pena per questo popolo di reietti; i suoi "Cristi" dove è sublimata l'umana accettazione del dolore; le tante testine di "bimbo", amorosamente ritratte, che trasmettono un puro messaggio di speranza e di fiducia nel futuro. Che "raccontano" la storia di povera gente, che è stata anche l'oggetto dell'attenzione magistrale dell'arte di Lorenzo Viani, consumata in silenzio nell'affrontare ogni giorno, con coraggio e stoica rassegnazione, le dure prove della vita.
Un racconto sempre coerente, senza vuoti cerebralismi, universale, che narra con la poetica dell'arte popolare la storia dell'Uomo, che Inaco Biancalana interpreta, come ha rilevato Tommaso Paloscia nel saggio introduttivo del catalogo della mostra antologica allestita a Palazzo Paolina, nel 1985, sulla scia della tradizione toscana, da «Masaccio a Piero, a Leonardo, fino all'ottocento fattoriano che è all'inizio, e quindi alle fondamenta, dell'arte di Viani».
Sempre per Tommaso Paloscia, l'opera di Inaco mostra inconsapevoli correlazioni con alcune espressioni dell'arte di Ernst Barlach, soprattutto per l'ethos popolare delle sculture lignee dell'artista espressionista tedesco
Una scultura, quella di Inaco, che specialmente nelle numerose rappresentazioni religiose come le "crocifissioni", "Cristo" o "La Pietà", sfrutta il fenomeno del "non finito" per ottenere un grande effetto di patetica drammaticità. Che ricorda la forza e la bellezza di certi "legni" di Ivan Mestrovic, uno dei principali protagonisti della scultura europea del '900, anche se l'accostamento, nella consapevole rappresentazione di comuni sentimenti d'angoscia davanti all'universalità del dolore degli uomini, è importante e possibile, anche se Inaco forse non aveva visto quelle opere dell'artista jugoslavo.
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