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Versilia

La pensione? Tra 7-8 anni Beffate centinaia di donne

La legge consente di lasciare il lavoro a 57 anni di età e con 35 di contributi Ma ora manca la “finestra” e chi resta fuori dovrà aspettare più di un lustro

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VIAREGGIO. Sono nate tra il '56 e il '57, hanno lavorato per una vita (35 anni almeno) e proprio quando l'agognata pensione sembrava a portata di mano se la vedono sfilare davanti. Per rincontrarla e ricevere il tanto atteso assegno dell'Inps dovranno aspettare altri 7, 8 o perfino 10 anni. In ogni modo non prima del 2022. Una vera e propria beffa quella a cui vanno incontro centinaia di donne della Versilia, vittime del solito pastrocchio normativo nato dall'incrocio di due diverse riforme delle pensioni (Maroni prima, Fornero poi). Cerchiamo di capire cosa è successo.

L’opzione donna. La legge Maroni del 2004 consentiva alle donne con 57 anni e 35 anni di anzianità (58 per le lavoratrici autonome) di andare in pensione entro il dicembre 2015 optando per il sistema contributivo al posto del retributivo, e accettando un assegno di pensione ridotto in media del 30%. Insomma: prendi qualcosa meno ma smetti prima di lavorare. Una scelta (non un obbligo) che molti hanno fatto. «Anche perché la decurtazione del 30% è solo una stima – spiega Massimo Matteoni del patronato Inca Cgil – Bisogna vedere da caso a caso: in alcuni situazioni, ad esempio se si è già smesso di lavorare o se la carriera retributiva non è stata progressiva, si perdono solo 20 euro al mese. Considerando che si riscuote la pensione per più anni il gioco vale la candela. Dipende dalle caratteristiche di carriera, dalla retribuzione e dall’anzianità contributiva maturata alla data di accesso al regime. In taluni casi l'opzione dell'uscita anticipata risulta addirittura vantaggiosa, tanto che solo come Inca Cgil ne abbiamo seguiti diverse decine».

La finestra mancante. Ma nel 2012 c'è ha pensato la riforma del ministro Fornero a rimescolare le carte allungando di molto il periodo di permanenza al lavoro. In pratica la pensione non decorre più dal mese successivo a quello in cui si sono maturati i requisiti, bensì 21 mesi dopo per le lavoratrici autonome e 15 per le dipendenti. Ecco, perciò, che le autonome che non hanno maturato i requisiti entro il giugno scorso e le dipendenti che non li matureranno entro il prossimo agosto (settembre per il pubblico) sforeranno la finestra del 2015 e non potranno andare in pensione se non dopo aver compiuto 67 anni (quindi lavorando fino al 2023 per le donne nate nel 1956 e nel 2024 per quelle del 1957). «Un'autentica beffa – spiega Matteoni – Fare una stima precisa di quante sono le persone in questa situazione è impossibile perché bisogna incrociare dati anagrafici e contributivi ma sono diverse centinaia. Moltissime persone sono venute a informarsi al nostro patronato e non a caso la proroga del termine del 2015 è una delle principali battaglie del nostro sindacato».

Attesa infinita. Come detto le lavoratrici beffate da questa situazione dovranno aspettare almeno 7-8 anni. «Ma c'è chi dovrà attendere anche di più spiega – Matteoni – È il caso delle donne che già da qualche anno hanno smesso di lavorare. Queste persone potranno ricevere solo la pensione di anzianità che arriverà non prima del compimento dei 67 anni. Insomma 10 anni di attesa». Una stortura evidente su cui dovrebbe intervenire il governo: anche perché le donne si stanno mobilitando attraverso il web per fare un ricorso collettivo nel caso in cui le loro domande di pensionamento dovessero essere rigettate dall’Inps.

Gianni Parrini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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