Il dolore
Mamma Cira: ma questa non è giustizia...
«I tre imputati non faranno un giorno di carcere, non potranno capire cosa significa chiedere aiuto da dietro le sbarre»
NOSTRO INVIATO A GRASSE. È voluta tornare di fronte al carcere di Grasse dopo quattro anni. L'ultima volta che salì in vetta alla collina che ospita il penitenziario da cui si domina Grasse e tutta la Costa Azzurra lo fece ad oltre un mese dalla morte di Daniele Franceschi, per protestare contro le autorità francesi che ancora non le avevano riconsegnato i resti del figlio. Ieri, al termine della seconda giornata del processo, Cira Antignano è voluta tornarci insieme alla cugina Maria Grazia Biagini con un mazzo di fiori recisi da lasciare di fronte all'ingresso della prigione. Un omaggio in ricordo del figlio, ma anche una sorta di pellegrinaggio laico nei luoghi del suo personalissimo dolore.
Signora Antignano, perché è voluta tornare di fronte al carcere dove è morto suo figlio?
«Perché volevo farlo da tempo. Prima di tornare a Viareggio, volevo depositare un mazzo di fiori di fronte al luogo dove Daniele ha vissuto gli ultimi mesi della sua vita sfortunata e dove è morto. Mio figlio il prossimo ottobre avrebbe compiuto quarant’anni. E invece questo traguardo della vita non lo taglierà mai. Con questo gesto simbolico volevo in qualche modo ricordarlo in prossimità del suo compleanno».
Che emozioni le ha scatenato rivedere il penitenziario dopo quattro anni?
«Dolore e rabbia. Soprattutto rabbia, direi. Dentro di me ho in qualche modo rivissuto le tante altre volte che sono stata qua. Quando venivo a trovare mio figlio durante la detenzione, ma anche quando fui prima malmenata e poi arrestata dalla polizia perché io e mia cugina Maria Grazia venimmo a protestare a oltre un mese dalla morte di Daniele per riuscire ad ottenere i suoi resti e poter finalmente celebrare i funerali. Al di là della sentenza che verrà pronunciata, però, durante il processo è venuto alla luce che mio figlio poteva essere salvato se solo fossero stati ascoltati i suoi appelli ad essere curato. Qui mio figlio ha trascorso sei mesi senza essere stato neppure sottoposto ad un processo perché aveva cercato di utilizzare una carta di credito clonata al Casino di Cannes. Da qui mio figlio è uscito solo in una bara, dopo essere stato lasciato morire nella sua cella senza che nessuno si prendesse cura di lui. Mi chiedo che razza di giustizia è mai questa...»
Già, la giustizia. In questi giorni a Grasse è in corso il processo che dovrà stabilire le responsabilità per la morte in carcere di suo figlio. Un traguardo importante...
«Non c'è dubbio. Anche perché è un risultato tutt'altro che scontato. In molti avevano interesse che questo processo non si celebrasse. E invece siamo riusciti a non far insabbiare tutto. Nel corso delle due giornate di udienza è venuto finalmente alla luce che cosa ha dovuto passare mio figlio. E sono emerse responsabilità e gravi negligenze da parte dei medici e degli infermieri del carcere».
Il pubblico ministero ha chiesto per le tre persone rinviate a giudizio per la morte di Daniele delle pene tutt'altro che lievi.
«In attesa di conoscere la sentenza, devo dire che il processo ha dimostrato che era giusto scavare in questa brutta storia. Purtroppo però non credo che sarò accontentata in quello che era il mio desiderio: far capire ai tre imputati cosa significa stare dietro le sbarre di un carcere come è successo a mio figlio e magari avere bisogno di aiuto perché si sta male e non essere presi neppure in considerazione. Per quanto le richieste della pubblica accusa siano state pesanti, abbiamo già capito che nessuno di loro farà neanche un giorno di prigione. Di questo non posso certo dirmi soddisfatta...»
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