Il Tirreno

Versilia

Mamma Cira: «E ora sia fatta giustizia...»

di Claudio Vecoli
Mamma Cira: «E ora sia fatta giustizia...»

«Vorrei che i responsabili scoprissero come si sta in un carcere»

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VIAREGGIO. Non dorme da due notti. Perché sa che stamani, quando alle 9 in punto al Tribunal correctionel di Grasse si aprirà il processo per la morte del figlio, si troverà per la prima volta di fronte il medico e le due infermiere che secondo l'accusa non fecero di tutto per salvare il suo Daniele. Cira Antignano attende questo giorno da più di quattro anni. Ovvero da quel 25 agosto 2010 quando il figlio - detenuto in un carcere della Costa Azzurra per una storia di carte di credito clonate - fu trovato senza vita nella brandina della sua cella. Da allora mamma Cira ha combattuto ogni giorno perché venisse fatta luce su quella morte dalle circostanze ancora tutt'altro che chiare. E il processo che inizia oggi sa che è l'occasione per ottenere quella verità e giustizia che attende.

Signora Antignano, si apre finalmente il processo per la morte di Daniele. Qual è il suo stato d'animo?

«Sono agitata. Molto agitata. E' da due notti che non riesco a dormire al pensiero di trovarmi di fronte coloro che, con il loro comportamento, hanno provocato la morte di mio figlio. Mi conosco e francamente non so come reagirò quando in aula me li troverò di fronte…»

Cosa si aspetta dai giudici francesi?

«Che sia fatta giustizia e verità. Può sembrare una frase fatta, ma quello che pretendo è che sulla morte di mio figlio non vi siano più omissioni. Per quattro anni ho dovuto combattere contro tutto e tutti. Perché a troppe persone avrebbe fatto comodo mettere una pietra sopra questa brutta storia. Ma non è possibile che un giovane entri nel carcere di una nazione civile come la Francia, vi resti per oltre sei mesi senza che sia nemmeno sottoposto ad un processo e che vi esca cadavere. Vi sono delle responsabilità che nel corso delle indagini sono emerse con chiarezza. E chi le ha sulle spalle, deve pagare».

Si attende una sentenza dura?

«Purtroppo temo che chi non ha fatto nulla per salvare Daniele quando chiedeva aiuto dalla sua cella, quando diceva di stare male ma nessuno lo ascoltava, alla fine non pagherà per quello che sarebbe giusto. Vorrei che provasse di persona cosa significa stare dentro un carcere ed essere trattato come è stato trattato mio figlio. Temo però che andrà a finire diversamente…»

In questi anni ha fatto di tutto perché sulla morte di Daniele non scendesse il silenzio: ha scritto a Sarkosy e Carla Bruni, è andata a manifestare di fronte al penitenziario di Grasse e, pochi giorni fa, si è appellato al presidente Renzi e al ministro Mogherini…

«Certe iniziative le ho anche pagate a caro prezzo, visto che quando andai a manifestare di fronte al carcere di Grasse fui picchiata dai poliziotti che arrivarono al paradosso di arrestarmi. Ma rifarei tutto. E, forse, anche di più. Purtroppo non sempre ho trovato quella solidarietà e quell'appoggio sul quale avrei voluto poter fare affidamento. Anche in Italia…»

Chi l'ha delusa maggiormente?

«Sicuramente la classe politica italiana. Tante promesse, tante dichiarazioni, tante belle parole quando le luci dei riflettori erano accese sulla vicenda. Poi uno dopo l'altro tutti sono spariti, salvo poi rifarsi vivi in occasione delle elezioni, quando c'era da chiedere voti e consenso. Non tutti si sono comportati così, ma la maggior parte sì».

Chi invece le ha dato davvero una mano?

«Io devo ringraziare, anche pubblicamente, il comitato delle vittime della strage di Viareggio che mi è sempre stato vicino. Daniela Rombi sarà al processo a Grasse per testimoniare la sua vicinanza. Altre associazioni, come quella che combatte gli abusi in divisa, mi hanno aiutata. Da loro ho avuto una grande vicinanza. Anche dal punto di vista umano».

@ClaVecoli

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