Il Tirreno

Versilia

Ufficiale e gentiluomo «Sto con i più deboli»

di Donatella Francesconi
Ufficiale e gentiluomo «Sto con i più deboli»

Il tenente colonnello Pasquali lascia la Compagnia dei carabinieri: sei anni di indagini, arresti e il lavoro contro la violenza alle donne

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VIAREGGIO. Lei è sdraiata, inanime. Lui non gira lo sguardo da quel volto, quegli occhi. È il giorno dell’autopsia di Rajmonda Zefi, giovane donna uccisa di botte dal marito e gettata in un bosco. Oltre al medico, davanti al corpo martoriato, c’è il maggiore dei carabinieri Andrea Pasquali. Che oggi, nel lasciare la Compagnia di Viareggio con destinazione la Scuola marescialli di Firenze, ricorda: «Lo ho guardata negli occhi...erano aperti...Non si dimentica una cosa così».

Pasquali, 40 anni, lascia il comando al collega Massimo Amato, romano come lui, e si avvia alla nuova “avventura” con il grado di tenente-colonnello. Ma resta a vivere a Viareggio, città che lo ha visto impegnato sul fronte del contrasto allo spaccio, alle rapine, agli atti di violenza gratuita ai quali far seguire gli arresti (a Carnevale scorso l’aggressione ad un giovane che stava parcheggiando, al quale fu strappato a morsi il lobo di un orecchio), alle violenze su donne e minori.

Una sensibilità particolare, quella di Pasquali, che gli fa dire: «Se nelle relazioni interpersonali vi fosse rispetto, io sarei disoccupato. Ed è prima di tutto con il rispetto delle persone che incontriamo nel lavoro quotidiano in divisa che si fa questo mestiere». Un fenomeno, quello della violenza sui più deboli, al quale ha dedicato molto del suo lavoro a Viareggio: con quali risultati?

«La rete messa in piedi con la collaborazione di tutte le istituzioni, e della quale anche l’Arma fa parte, ha funzionato e sta funzionando. Perché riesce a cogliere molte situazioni per tempo, permettendo un intervento tempestivo fin dai primi sentori di possibili pericoli per i soggetti più deboli. Resta, comunque, una percentuale di sommerso che ci indica come la presa non vada mollata. Mai».

L’impegno continua e si rafforza, dunque...

«Certo. In questi anni si è molto lavorato anche alla formazione del nostro personale, insieme alla Procura di Lucca e agli altri referenti della Rete antiviolenza. Gli operatori delle forze dell’ordine sono il primo filtro di questi fenomeni. È importante non sottovalutare il problema. Ecco perché si è lavorato con continui incontri con i comandanti delle nostre stazioni ed il personale».

Per l’esperienza fatta, dove si può migliorare il sistema di aiuto/intervento?

«C’è necessità di impiegare più risorse e lavorare molto sulla scuola e sui medici generici. Affinché gli stessi non sottovalutino i campanelli d’allarme. La loro attenzione e sensibilità possono davvero cogliere quei segnali che portano a far intervenire l’intero sistema di sostegno prima che sia troppo tardi. Anche perché la violenza molto spesso trova la strada spianata dalla mancata consapevolezza della vittima, soprattutto nelle situazioni sociali più degradate. Mi viene in mente il ragazzino in età da scuola media che trascorreva tutti i pomeriggi a casa del vicino ultraquarantenne, scapolo, “appassionato” di video porno, senza che i genitori se ne curassero o facessero domande. Per questo è importante il lavoro che facciamo nelle scuole, per sensibilizzare i più piccoli. Ed in questa attività è stato fondamentale il suolo della tenente Grazia Centrone».

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