Gioco
Viareggio porto, un affare da cinquanta milioni
Storia della trattativa con il fondo sovrano del Qatar e i suoi avvocati «Chi porta la somma realizza anche i lavori per l’approdo turistico»
VIAREGGIO. Chi sottoscrive 50 milioni realizza i lavori: è la base della gara per la vendita della Viareggio porto, così come si è andata delineando in questi mesi di incontri ed elaborazioni progettuali. Come è andata lo racconta un documento, circolato in Municipio nei mesi scorsi, che delinea le linee guida di un possibile Piano di risanamento dell’Ente. Piano di risanamento che l’amministrazione Betti si prefigge oggi più che mai di gestire in proprio (con le opportune consulenze), respingendo con forza l’ipotesi di un dissesto che porterebbe ugualmente alla vendita della Viareggio porto (bene pubblico, da mettere a gara) ma per mano e con il controllo dei commissari governativi previsti per legge, pur restando l’amministrazione in carica.
Cifre e portata dell’operazione - così come descritte nel documento - confermano quello che l’assessore al porto, Giovanni Giannerini (primo presidente della Viareggio porto dell’era Betti) è andato dichiarando da mesi: dal successo della vendita delle quote della società passa il risanamento del Comune. Ecco perché - così il documento - «occorre predisporre un piano di rilancio della società tramite coinvolgimento di soci privati». Individuati - il documento è chiaro - in un «fondo arabo del Qatar», i cui avvocati hanno presenziato a più di un incontro. A cominciare da quello del 21 febbraio 2014 a Firenze (in Regione), alla presenza del sindaco e del presidente della Viareggio porto (era ancora Giannerini). Appuntamento al quale era presente anche un commercialista lucchese coinvolto nella “trattativa” e che è servito «a valutare investimenti del fondo in Italia». «A detta degli avvocati - prosegue il documento - occorre dare una forte accelerata all’iniziativa di rilancio del porto, se interesse dell’amministrazione». Ecco, dunque, quale avrebbe dovuto essere il cronoprogramma: «Far pervenire agli avvocati una lettera con la quale l’amministrazione comunale si dichiara favorevole ed interessata ad esplorare forme di investimento del fondo a Viareggio ed in particolare nel porto», ma anche «organizzare a breve una riunione tra Comune, Regione e possibilmente il premier (l’idea era di cercare anche Matteo Renzi, ndr) per illustrare l’idea di aprire il porto di Viareggio ad un fondo sovrano». Ed infine, «avere contatti con gli avvocati di Roma per fare in modo che il materiale predisposto sia compatibile con le illustrazioni e le forme giuridiche del fondo». Entro la prima settimana di aprile avrebbe dovuto essere pronto il materiale «per andare ad illustrare tutto». Il progetto dell’operazione, nel dettaglio, avrebbe dovuto prevedere la «ricapitalizzazione della Viareggio Porto tramite apporto di tutti i beni che il Comune detiene nel porto (mercato ittico, mercato della frutta e tutte le concessioni comunali in Darsena e/o altri immobili)». Ricapitalizzazione per la quale si è speso, contro ogni evidenza giuridica visto lo stato in cui si trova la società, lo stesso Giovanni Giannerini, passato dalla presidenza della Viareggio porto all’assessorato al porto stesso.
Per la Viareggio porto si preventivava un futuro da «società di trasformazione urbana del porto». L’operazione prevedeva un’iniziale cessione da parte del Comune del 15% della società, con «incasso della somma di 11,5 milioni necessario per pagare Ferragamo (ex socio privato, ndr)» e «aumento del capitale sociale di 50 milioni di euro (somme che entrano nella Viareggio porto) con il Comune che scende al 5% della compagine, mantenendo la presidenza della società». Perché ciò sia possibile, era la previsione, «la gara sarà a doppio oggetto, nel senso che chi sottoscrive e versa 50 milioni realizza i lavori». Peccato solo che pubblica debba essere la gara (con tutte le garanzie di legge) e pubblico l’affidamento dei lavori, come da specifica sentenza proprio sul caso della stessa Viareggio porto.
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