Il Tirreno

Versilia

UOMO GENIALE CHE SPERAVO FOSSE ETERNO

di FRANCO ANGELO CALOTTI

di FRANCO ANGELO CALOTTI Mi sembra di vederlo con quello sguardo grande, tra lo stupito e l’istrionico, con cui sottolineava spesso, da grande attore, complimenti e lodi che pure non gli sono mai...

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di FRANCO ANGELO CALOTTI

Mi sembra di vederlo con quello sguardo grande, tra lo stupito e l’istrionico, con cui sottolineava spesso, da grande attore, complimenti e lodi che pure non gli sono mai mancati, ma talvolta con profonda ironia e sarcasmo lo faceva pure per le cose che non gli piacevano. «Hanno proclamato il lutto cittadino per me? Ma allora sono davvero importante?» avrebbe detto, salvo poi aggiungere subito dopo, come avrebbe organizzato lui il suo lutto cittadino! La prima volta che lo conobbi era, tantissimi anni fa e io bambino, abbarbicato su un palco arrugginito davanti alla Gazzella, dove c’era una gara di ciclisti che stava riprendendo con una telecamera che pareva una scatola delle scarpe e una specie di cassettone a bobine che era poi uno dei primi videoregistratori usati da qualcuno che non fosse della Rai. Mi fece salire con sé perché lo riempivo di domande, che non solo non lo infastidivano, ma che giudicò intelligenti. E mi ha confessato tante volte che da quel giorno non ha mai cambiato giudizio su di me, né io su di lui.

Un uomo geniale, animato da un motore intellettuale e caratteriale superiore a quello delle grandi locomotive che aveva guidato per una vita; un uomo che sapeva indistintamente affrontare con scientifica puntualità una conferenza sull’astronomia, discettare di meccanica applicata, così come di elettronica, ma anche far ridere da un palcoscenico con una bonarietà e semplicità che provavano a nascondere la sua straripante intelligenza. In tanti si prodigheranno giustamente a rammentare le tante cose che ha fatto. Io non lo farò, ho paura di scordarmi qualcosa e nulla di lui era slegato da tutto il resto. Per questo ho sempre odiato, immaginandolo purtroppo sempre più vicino, il momento in cui avrei dovuto scrivere il suo “coccodrillo”. Speravo che Emilio fosse eterno e quindi si trattasse di un gesto inutile. Ci siamo rincuorati a vicenda solo poche settimane fa. Emilio c’era già ed era “il Tarabella” quando la stragrande maggioranza dei fortemarmini di oggi non era ancora nata; insomma Emilio stava al Forte come il mare al pontile, sì quel pontile che ha cantato in una delle sue più belle canzoni (e che risuonerà domani in Chiesa), e stava a me come l’onda che lambisce e alimenta la battima del mare.

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