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parla il direttore tecnico

Arpat: l’inquinamento non è colpa delle piogge

Arpat: l’inquinamento non è colpa delle piogge

VIAREGGIO. Eliminare il divieto di balneazione. Ma anche mantenere la bandiera blu. A questo servono i controlli ravvicinati e la procedura di “inquinamento di breve durata” adottata per Viareggio e...

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VIAREGGIO. Eliminare il divieto di balneazione. Ma anche mantenere la bandiera blu. A questo servono i controlli ravvicinati e la procedura di “inquinamento di breve durata” adottata per Viareggio e Lido, spiega l’Arpat, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. A patto che i risultati delle campionature di verifica siano buone. Non è, però, l’Arpat a decidere di classificare un episodio come “inquinamento di breve durata”, precisa Andrea Poggi, direttore tecnico: di solito sono i Comuni a richiederla.

Quali vantaggi comporta l’attivazione della procedura di inquinamento di breve durata?

«La direttiva europea sul controllo della balneazione prevede la possibilità di ripetere le campionature entro 24-48 ore dal prelievo che ha rilevato parametri fuori norma. Se si verifica che l’inquinamento è cessato si interrompe il divieto di balneazione; inoltre si avvia un nuovo controllo: se i risultati saranno positivi potranno rimpiazzare quelli negativi e solo i nuovi test saranno considerati per la classificazione delle acque di balneazione (parametri validi per la bandiera blu, ndr)».

Come si possono scartare le campionature negative?

«A una settimana dalla dichiarazione di chiusura dell’episodio di inquinamento, si ripetono le campionature: se i risultati confermano che i parametri sono nella norma, si cancella il campione con il dato negativo (che aveva determinato il divieto di balneazione) e si sostituisce con l’ultimo positivo. Se, invece, il campione confermi dati fuori norma, si registra la rilevazione anomala più recente».

Nel caso di Viareggio, le anomalie sono state rilevate alla foce della Fossa dell’Abate e all’altezza del bagno Principe di Piemonte. Ma il divieto è stato esteso quasi fino al molo. Perché?

«È una questione di mappatura. Quella di Viareggio è stata rivista di recente. Le zone vengono definite in base a criteri di omogeneità. Una zona cambia dove varia la forma della costa, ad esempio dove c’è un promontorio o la foce di un fiume, potenziale sorgente di contaminazione. Di solito la foce è a cavallo di una zona: la Fossa dell’Abate è stata trasformata in una zona a sé, proprio per evitare di estendere troppo i divieti. Il Principe di Piemonte è un punto di prelievo la cui zona si estende quasi fino al molo».

Se è la Fossa dell’Abate la probabile causa dell’inquinamento del mare, perché la presenza di coliformi è più alta in zona Principe di Piemonte, verso sud, in direzione contrario alla corrente?

«La Fossa dell’Abate recapita in mare in due punti diversi: lungo la riva e più a largo per gli spandenti a mare che sono stati piazzati e che sembrano aver dato buoni risultati. La parte di acque che arrivano a largo, in base ai venti e alle condizioni del mare, possono arrivare anche verso sud».

In questi giorni si sono incolpate anche le piogge anomale dell’inquinamento in mare: cosa ne dice Arpat?

«Che le piogge mettono in crisi un sistema che si lascia mettere in crisi. Di solito, il dilavamento dei fossi si verifica in un periodo prolungato di secca. Al primo acquazzone porta via tutto e nei fiumi può arrivare una carica batterica importante: ma non è la situazione attuale in Versilia».

Quindi la causa?

«L’indiziato principale resta la Fossa dell’Abate. Ma che cosa abbia scaricato nel canale non è ancora definito: il depuratore di Camaiore è lontano e non sembra aver avuto anomalie. Al contrario, sia su Viareggio che Camaiore esistono ancora fogne miste che scaricano nella Fossa dell’Abate: fogne bianche nelle quali finiscono liquami».

Ilaria Bonuccelli

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