Sicurezza
QUEI SEQUESTRI CHE ROVINANO L’ESTATE
di LUCIANO MENCONI Lunedì il sequestro di un centinaio di case mobili nel camping Paradiso, venerdì la sentenza con cui il tribunale ha assolto il Balena e gli altri locali della Passeggiata finiti...
di LUCIANO MENCONI
Lunedì il sequestro di un centinaio di case mobili nel camping Paradiso, venerdì la sentenza con cui il tribunale ha assolto il Balena e gli altri locali della Passeggiata finiti sotto processo con l’accusa di disturbo della quiete pubblica. Due provvedimenti giudiziari che hanno segnato la cronaca dell’ultima settimana e che hanno riproposto uno dei problemi che riguarda il presente e il futuro di Viareggio: il conflitto tra la sua vocazione turistica e il rispetto del territorio e di chi ci abita. Un conflitto che riguarda un po’ tutte le città che vivono di questo tipo di economia ma che qui, nel cuore della Versilia, si presenta sempre più spesso in forma eclatante per non dire drammatica.
Secondo la procura della repubblica che ha fatto scattare il sequestro nel campeggio quelle strutture costruite con tutte le autorizzazioni necessarie costituirebbero una vera e propria lottizzazione abusiva all’interno dell’area protetta del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Secondo il pm che ha sostenuto la pubblica accusa nel processo per la musica fino a notte fonda lungo la Passeggiata i locali sarebbero stati colpevoli non soltanto di disturbo della quiete pubblica ma anche di lesioni colpose per lo stress, l’insonnia e altri malesseri lamentati da chi è costretto a convivere con i “fuori orario” estivi del popolo della notte.
Il primo caso, ancora aperto, ha provocato una serie di reazioni senza precedenti: mai come questa volta dagli operatori del turismo (la Confesercenti ha organizzato anche una raccolta di firme da inviare direttamente al premier Matteo Renzi) e dalla politica (il presidente dell’ente Parco Fabrizio Manfredi ha accusato chiaro e tondo la procura di danneggiare l'economia locale) è partito un contrattacco durissimo nei confronti dell’iniziativa della magistratura, assunta a metà luglio, nel pieno della stagione turistica, con tutti gli inevitabili danni che ciò comporta a chi lavora.
Sul secondo caso,invece, la sentenza del giudice Gerardo Boragine potrebbe avere fissato un punto fermo molto importante: indipendentemente dalla legittimità o meno delle autorizzazioni concesse dalla pubblica amministrazione in deroga alla normativa regionale - questo almeno è il succo che si ricava dalla sentenza di cui non sono ancora note le motivazioni - gli imprenditori che sulla base di quelle autorizzazioni ottenute regolarmente hanno investito soldi e lavoro non sono colpevoli di nulla. Non sarebbe male se questo principio, che separa nettamente ruoli e responsabilità di imprenditori e politici, diventasse la bussola per orientare tutti coloro che si trovano a gestire il conflitto che contrappone le ragioni dell’economia alla tutela dell’ambiente e del quieto vivere: ovvero gli amministratori pubblici, che - come ben sanno - possono sempre essere chiamati a rispondere anche in sede penale degli atti che compiono o autorizzano, e gli inquirenti, che quando intervengono su una questione così delicata e complicata non possono permettersi il lusso di ignorare le conseguenze dei tempi che scelgono per intervenire.
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