Noi, bloccati dalla guerra mentre i bimbi muoiono
L’appello del dottor Luisi, cardiochirurgo viareggino che vuole tornare a Gaza «Ci sono centinaia di piccoli che non sopravviveranno senza una operazione»
VIAREGGIO. Nella sua casa a Marina di Pietrasanta ci sono ancora le valigie chiuse. Là dentro ci sarebbe tutto l’occorrente per salvare delle vite. E non vite qualunque, ma quelle di centinaia di bambini che soffrono di problemi cardiaci, e che senza un intervento chirurgico sono di fatto condannati a morte.
Ma di partire per la Palestina, al momento, non se ne parla neanche. Il dottor Vincenzo Stefano Luisi, viareggino, e i medici dell’ospedale pediatrico Apuano, sarebbero pronti a correre all’European Gaza Hospital per svolgere la loro missione umanitaria, ma l’inferno che si è scatenato nella Striscia di Gaza ha bloccato il viaggio già programmato.
Il progetto. Il dottor Luisi, 64 anni, cardiochirurgo infantile con esperienza decennale, ha coinvolto l’ospedale pediatrico Apuano nel progetto di cooperazione regionale, che ha portato la sua equipe in Palestina. Il team ottiene prima un progetto triennale per la cardiochirurgia, poi uno più allargato, sempre con la Regione, coinvolgendo il Meyer di Firenze, l’ospedale di Lucca e la Asl di Viareggio, con missioni in Palestina che permettono interventi di cardiochirurgia pediatrica, ma anche neurochirurgia, endoscopia tracheobronchiale, chirurgia mini-invasiva e chirurgia plastica. Luisi e i suoi colleghi si impegnano al massimo per salvare i bimbi palestinesi. Cominciano a lavorare sotto l’associazione americano-palestinese Palestine Children’s Relief Fund, e ne fondano una branca italiana (nel settembre 2013), per accedere a progetti europei o del ministero degli Esteri.
Da Gerusalemme a Gaza. «Dal 2003 al 2012 - racconta Luisi - abbiamo lavorato all’ospedale di Al-Makassed, a Gerusalemme Est, dove abbiamo effettuato 1557 operazioni».
Dall’aprile 2013 l’equipe si sposta nella Striscia di Gaza, all’European Gaza Hospital di Khan Younis, dove in 10 missioni compie oltre 100 interventi su altrettanti bambini. «Ci siamo spostati perché nel frattempo avevamo reso autonomo l’ospedale di Al-Makassed. Ma anche perché questo è difficilmente raggiungibile dagli abitanti di Gaza, dove c’è una incidenza altissima di cardiopatie congenite».
Bombe e barriere. Il medico spiega che per arrivare a Gerusalemme ci sono «divieti per attraversare i chekpoint che separano la Striscia di Gaza da Israele». Tanti bambini non riescono a passare la barriera, e quelli che ci riescono spesso arrivano in ospedale senza poter essere più operati, per «l’elevato grado di ipertensione polmonare irreversibile».
Sulle cardiopatie: «In Europa ne soffrono 2 bimbi ogni mille, a Gaza ben 10 ogni mille. L’alto tasso di incidenza - accusa Luisi - è favorito dai rapporti tra consanguinei, dovuti all’isolamento delle famiglie nei villaggi, e dalla carenza alimentare delle mamme in gravidanza. Ma anche dai bombardamenti. Perché le bombe - aggiunge - contengono metalli pesanti, che si liberano nel terreno e nelle acque e inducono danni all’embrione».
Vittime deboli. «La nostra presenza a Gaza - precisa il medico - è limitata all’ambito sanitario. Nessuna impronta politica. Ma la nostra attività è una fotografia della realtà. Come quando a conclusione di un progetto scriviamo di bambini non più operabili perché arrivati tardi in ospedale per i checkpoint, e mandati indietro a morire più dignitosamente. O quando dobbiamo dare conto del materiale acquistato con fondi regionali o donazioni, che ci viene sequestrato dalle autorità israeliane all’arrivo in aeroporto».
Bersagli facili. «Se da una parte - aggiunge Luisi - siamo contenti di portare un aiuto grazie alle nostre professionalità, dall’altro siamo noi stessi feriti, nel nostro animo, nel vedere persone capaci di tanta cattiveria». Per il medico non si tratta di “casi” o “disgrazie”, ma di una «precisa volontà di uccidere i bambini. Lo conferma il fatto che vengano presi di mira ospedali pediatrici, orfanotrofi, scuole, istituti di riabilitazione. E lo hanno anche dichiarato importanti autorità politiche israeliane».
Secondo Luisi, «con queste uccisioni, come con le armi di distruzione di massa, si vuole annientare un popolo che, nonostante le carcerazioni, l’esilio e le morti, ha recentemente superato di numero la popolazione israeliana, rendendo più difficile il progetto di occupazione totale della Palestina».
Missione silenziosa. L’ultima missione doveva partire 20 giorni fa. Ma le autorità internazionali l’hanno sospesa alle prime avvisaglie di guerra. Nel frattempo anche l’European Gaza Hospital è stato bombardato e reso in parte inagibile. «Siamo in continuo contatto con i nostri colleghi in Palestina - fa sapere Luisi - e anche il nostro consolato è impegnato con fondi nazionali per ricostruire la struttura».
Intanto le sei valigie cariche di medicinali e strumenti sanitari restano chiuse. «Non sappiamo quando potremo partire - ammette Luisi - ma appena sarà possibile, lo faremo. Sperando che il materiale non ci venga sequestrato in aeroporto come in passato. Ci siamo fatti più furbi, cerchiamo di nascondere meglio il carico, ma ormai siamo “schedati”. Siamo medici - conclude - il nostro obiettivo è andare là e lavorare. Non importa se dobbiamo strisciare come ladri, o sopportare di essere additati come criminali. Basta riuscire a tornare a Gaza per operare quei bambini che senza di noi sono destinati a morire».
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