Il Tirreno

Versilia

Strage, faccia a faccia con la cisterna

di Donatella Francesconi
Strage, faccia a faccia con la cisterna

In aula la testimonianza di Paolo Cremonesi (Polfer) che straccia le tesi della difesa sullo squarcio

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VIAREGGIO. Faccia a faccia con lo squarcio: Paolo Cremonesi, assistente capo della Polfer Lombardia, con quel “taglio” nel contenitore dal quale è uscito il Gpl seminando morte e distruzione ha avuto un incontro che più ravvicinato non si può. Sdraiato nel cratere che si era creato sotto la cisterna (i vigili del fuoco l’hanno detto chiaro che quella grossa “buca” è stata creata dalla potenza del gas fuoriuscito - raccontato ieri in aula - «vedevo che nessun elemento dell’infrastruttura era rotto e ragionavo sulla cosa che poteva aver provocato quello squarcio». Fa caldo, nell’inizio di luglio che per Viareggio sa di sangue, fumo, lacrime, carne che brucia. Cremonesi indossa una tuta bianca, in mano ha la macchina fotografica. La Polfer al lavoro sulla scena del crimine fissa posizioni, pezzi, segni sull’infrastruttura, e cataloga, archivia nella memoria fotografica di chi opera, prima ancora che su quella delle macchine. « Alla fine del carro - continua Cremonesi rispondendo alle domande del pubblico ministero, Salvatore Giannino (ieri in udienza si è fermato anche il Procuratore capo, Aldo Cicala) - si vedeva dove era il picchetto perché luccicava...Si vedeva da sotto il buco, guardando in direzione di tutto lo squarcio, allineato alla fessura».

Eccolo li, quello “spigolo” del picchetto che secondo l’accusa è l’elemento che ha provocato lo squarcio nella cisterna. Lucido - spiega Cremonesi mentre porta l’udienza verso un punteggio pieno che spezza la voce alle argomentazioni degli avvocati difensori - come non era la zampa di lepre (un pezzo del cuore dello scambio): «La zampa è stata toccata dal pietrisco che vi è andato sopra. Ero sul posto e sono certo: quello sulla zampa di lepre non era segno di abrasione, ma del bianco di un oggetto che aveva lasciato quel segno. Non era un segno di limatura». Già. Il poliziotto che conosce i binari meglio di casa propria lo ripeterà infinite volte: all’aula e al Tribunale chiamato a giudicare lui consegna quello che ha visto, quanto ha fatto: «Io ho constatato delle cose. E per quanto riguarda la zampa di lepre ho visto che era deformata per un urto e non per una limatura».

Il faccia a faccia più duro è con l’avvocato D’Apote. In una giornata di fine udienze (si riprende il 2 ottobre) nel corso della quale i difensori degli imputati hanno cercato l’attacco scomposto. Tanto da farsi più volte richiamare dal presidente del Collegio, Gerardo Boragine (con lui i colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino) che a Luigi Stortoni ha detto senza mezzi termini «avvocato, è andato assolutamente oltre ciò che le compete il mandato difensivo».

D’Apote va sotto palla a Cremonesi: «Lo squarcio è stato determinato da un oggetto che era alto sul piano del ferro?». «No - è la risposta -: Da sotto si percepiva che quello squarcio era stato fatto da un oggetto che era superiore al piano di rotolamento». «La punta della piegata a zampa di lepre sporge o non sporge?». È un attimo: la frazione di secondo che serve al fuoriclasse per liberarsi dell’avversario e volare verso la porta: «Non sporge. È complanare». Che significa stessa altezza. Di botto in aula si fa silenzio. Un’affermazione che Cremonesi conferma anche di fronte alla foto mostrata: «Qui il pezzo del quale stiamo parlando ha preso un urto», Magari un urto da disastro ferroviario. L’assist è per Salvatore Giannino, pubblico ministero che sa fare squadra: «Questa è la foto della zampa deformata che si è alzata di un centimetro e mezzo. Non facciamo il gioco delle tre carte. Chiedo un esperimento giudiziale: andiamo in una stazione a verificare una zampa di lepre». Il Tribunale dovrà decidere se accogliere o meno la richiesta. Intanto, ieri, il mondo dei cognomi che contano nei Fori di mezza Italia e quello delle consulenze pagate a peso d’oro, ha sbattuto contro il catenaccio del lavoro del poliziotto. Fatto di cose che si vedono, si fanno, si toccano con mano, si ascoltano: «Quel giorno, persone che parlassero di altri elementi di squarcio oltre al picchetto non ce n'erano». Con buona pace dei periti dell’incidente probatorio e dei loro calcoli “ a occhio”.

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