Gioco
Pietrasanta decide il destino del fortino che segnò la sua storia
Domani il consiglio comunale discute l’appello lanciato da mille cittadini per salvaguardarlo con vincoli archeologici
di ADOLFO LIPPI
Si discute domani in consiglio comunale a Pietrasanta il destino di ciò che rimane, rudere sull'Aurelia, dell’antico Forte di Motrone, poi divenuto a metà Ottocento casa della famiglia Bichi, pietrasantina, che dette cuore e vitalità al Risorgimento nazionale. Un Bichi divenne anche sindaco di Pietrasanta con l'Unità d'Italia.
Il rudere, da anni, è un ingombro sulla strada. Chi l'ha comprato vuole farne una costruzione civile. Chi desidera invece che sia conservato, valorizzato vuole che il Comune lo destini a memoria storica. Con relativi vincoli. Perché Motrone fu un Forte fondamentale.
Una recente mostra curata dal circolo culturale Don Sturzo (presieduto dall'ingener Marco Davini) e da Italia Nostra regionale diretta dall'ingegner Antonio Dalle Mura, mostra ospitata presso l'Istituto d'arte e poi trasferita nel piazzale del pontile a Tonfano, ha dimostrato, esponendo carte antichissime, come già nel 773 il manufatto venne edificato per servire i signori di Vallecchia che commerciavano i loro minerali estratti sulle Alpi Apuane (galena, argentifera e marmo).
Poi nel Rinascimento Motrone cominciò a far gola a lucchesi e pisani e fiorentini. Qui, alla foce del fiume, sbarcavano navicelli che portavano merci dall’Africa e dalle Fiandre. Proteggeva la Francigena, strada di pellegrini e lo storico Sercambi disegnò molte battaglie. Finché Motrone, dove sbarcarono anche papa Urbano e il Petrarca, venne definitivamente sottratta ai lucchesi, prosperò la Pietrasanta medicea e i lucchesi, senza più porto, ripiegarono su Viareggio che da lì divenne città.
Ma è nell'Ottocento risorgimentale che il Forte, ormai già abitazione (poiché gli inglesi l'avevano bruciato), assurse a nuova importanza. Vi è un bellissimo e documentato libro di Danilo Orlandi, “La Versilia nel Risorgimento”, che ben racconta le vicende della famiglia Bichi, esponenti del partito bonapartista (prima ancora giacobini), infine “carbonari” per il riscatto dell'Italia che abitavano una parte dell'edificio già militare.
Il Forte divenne “la casa del Bichi” e uno dei fratelli (i Bichi erano due), con la via spianata dai francesi (nel 1799) prese a far politica a viso aperto (dopo anni di vessazioni da parte del Granduca di Toscana). Divenne Gonfaloniere e dopo sindaco. Era Gaetano il più giovane dei fratelli. Aveva studiato a Pisa ma le sue avventure di "testa calda" l'avevano condotto in giro per l'Italia occupata dagli austriaci. L’altro fratello, Giovanni Battista Bichi, era stato invece arrestato a Modena per propaganda massonica. Poi però si fece prete e divenne scrittore e poeta. Aderì anche alla chiesa riformata di Ginevra.
Tornando a Gaetano egli complottò assieme al padre di Giosuè Carducci, Michele, insieme furono arrestati, insieme interrogati perché gli sbirri d Granduca, tenevano Pietrasanta sotto torchio. La ritenevano un covo di cospiratori. Questo nonostante che parte della popolazione al grido “Viva santa Fede” si fosse ribellata ai francesi e avesse scelto la parte reazionaria. Come del resto la gente di Camaiore e di Viareggio.
Insomma anni ribollenti questi di metà Ottocento. E la “casa del Bichi” (che dopo l'Unità furono gratificati da incarichi e prebende) lì alla foce di Motrone nulla ha che rammenti loro, i tempi, e la bellissima generazione di patrioti che in Versilia si battè per darci l'Italia.
Chi passa dall'Aurelia nemmeno s’accorgerebbe della Storia che, dal MedioEvo al Novecento, passò da qui. Non c’è un cartello. Non c’è una lapide. Non c’è, dove sorgeva il Forte di Motrone, nulla che indichi l’importanza dei luoghi. C'è solo una vecchia casa che attende di essere abbattuta.
Coloro che, come Ugo e Marco Davini, si battono da anni per dare un futuro alla casa (con tanto passato), in consiglio comunale vogliono che siano non soltanto imposti vincoli storici ed archeologici al sito. Ma di più vogliono che l’amministrazione comunale di Pietrasanta, quella provinciale di Lucca e la Regione Toscana si accordino su un monumento, qualcosa che rimanga e rispetti le memorie gloriose.
Sono stati fatti anche due convegni molto partecipati. Hanno dato la loro consulenza i professori Leonardo Rombai e Anna Guarducci dell’Università Firenze.
Mille cittadini hanno firmato per l'apposizione dei vincoli. Può ancora una volta prevalere la disattenzione? Non cancelliamo nella Versilia ciò che resta di un punto fondante della sua vicenda, il punto dove Pietrasanta iniziò la sua ascesa, dove Viareggio vide sorgere la propria radice.
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