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Versilia

Da operaio ad abusivo: la storia di Omar

Da operaio ad abusivo: la storia di Omar

Lavorava in un cantiere, poi è stato licenziato. Ed è finito a vendere paccottiglia «con tanta vergogna»

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VIAREGGIO. È arrivato in Italia nel 2009, per fare l’operaio. E si è ritrovato venditore abusivo. Il suo nome è Omar, è senegalese e ha 43 anni. Diplomato e specializzato in saldature, dopo 13 anni di esperienza lavorativa nel suo paese coglie quella che per lui era una grande occasione: grazie all’intervento del fratello, già in Italia dal 2001, riceve una proposta di lavoro da un cantiere. Ottenuto il permesso dall’ambasciata italiana per un anno, giunge a Viareggio ed inizia a operare come falegname di cantiere e carpentiere. Pensava così di mantenere la sua famiglia. Ma viene licenziato dopo due mesi per mancanza di lavoro. Riesce a trovare una via d'uscita come commesso in un negozio a Viareggio. Il suo sogno si allontana sempre più, ma svanisce definitivamente quando perde anche il secondo impiego, dopo due anni di ottime relazioni con il proprietario: non si poteva fare altrimenti, c’è la crisi.

Con il permesso di soggiorno alla mano, si reca a Empoli, Bergamo e Brescia: otto lunghi mesi di incessante ricerca di un’occupazione. «Noi licenziamo, non assumiamo», gli viene detto, come spesso viene detto a tutti. E così si ritrova a fare il venditore ambulante. «Mi vergognavo - dice - ero proprio disperato, io non sono un venditore, non mi sono mai sentito un venditore». Ormai è abitudine: si va a Pisa, si comprano gli articoli dai fornitori cinesi e poi si vende ciò che si può, sul lungomare versiliese, da circa un anno. Racconta che si possono acquistare due tipi di prodotti, quelli falsi, ovvero i tipici occhialini con la scritta Ray-Ban, che costano di più, oppure quelli normali, che non riportano loghi di marche famose. Se quando le forze dell’ordine verificano che sei un abusivo e che vendi oggetti contraffatti, scattano verbale e multa, dopodiché ricevere il permesso di soggiorno risulta quasi impossibile. E lui attende la versione definitiva, a tempo indeterminato, di questo permesso. Lo attende per andare in Germania, dove la speranza può ancora rimanere viva. «Non lo faccio per dare fastidio, lo faccio per disperazione e me ne dispiaccio», ci dice. Lo dice come per scusare le offese ricevute, come per chiedere perdono di svolgere un lavoro che non vorrebbe esercitare affatto.

Marc Manuel Filiuta

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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