Lutto
Strage: in aula l’ultimo pianto di Lorenzo
Tutta la tragedia del disastro ferroviario nelle testimonianze di chi quella notte cercava i propri cari o è rimasto ferito
VIAREGGIO. Quattro testimoni, uno dietro l’altro, per una mattina in cui la strage di via Ponchielli torna a sapere di sangue, fumo, polvere, asfalto che si squaglia, disinfettante, ospedale. Parla chi quella notte era lì, perché lì abitava o perché ancora lì abitavano gli affetti più cari, gli amici, le famiglie. «Per il mondo sono passati cinque anni...Ma per chi l’ha vissuto è oggi...»: Antonio Lunardi oggi è padre. Ma nel 2009 era ancora solo figlio, di Anna Maccarone, uno degli ustionati gravi, e Alvaro. Che ancora oggi non riesca a dimenticare. No. Non la moglie ustionata. Non la figlia ed il calvario sopportato per poter riprendere a camminare. Quello che Alvaro non potrà mai dimenticare è un suono. «Mio padre era tornato in casa per prendere degli asciugamani bagnati - racconta Antonio nell’aula attonita -. Un vigile del fuoco gli ha messo tra le braccia il bimbo di Marco, carbonizzato, perché lo mettesse sotto l’acqua. Il bimbo ha strillato due volte, poi è andato in coma». Piccolo Lorenzo Piagentini, 17 mesi appena, che ha voluto lasciare al mondo il suo grido di strappato alla vita. Perché nessuno dimenticasse come si fa a passare dal lettino dei sogni d’oro all’inferno delle ustioni.
Ascoltare è uno strazio. Al quale non ci si può abituare. Ed è questa la sola buona notizia.
«Guarda qua, guarda come sono ridotta...»: è Anna Maccarone, appena trasportata al Pronto soccorso del Versilia, che parla così al figlio Antonio. Ha perso i capelli, così il racconto, ed è ustionata anche in viso: «Mentre le tenevo la mano, un infermiere le toglieva la pelle con le pinze». Parla Lunardi. E nessuno ha il coraggio di interromperlo. «Forse può bastare...»: è la voce del presidente del Collegio, Gerardo Boragine, a farsi sentire. Forse. O forse no. Perché nella testimonianza del figlio di Anna Maccarone c’è la verità più amara: suo madre ha subito, dal 2009, otto interventi chirurgici, «sei dei quali sono andati male. È stata rianimata col defibrillatore. E ad ottobre dovrà sottoporsi ad altre due operazioni, importanti come le prime...».
«Fa un po’ male, questa cosa...»: é Cristiano Falorni, sul banco dei testimoni, con la commozione che impedisce al filo dei ricordi di dipanarsi. “Questa cosa” è quel resto di suo fratello Andrea, lo “Scarburato” marito di “Pulce” (Maria Luisa Carmazzi) del quale è stato trovato «un resto» dopo giorni e giorni di ricerche, nel corso delle quali i fratelli Falorni non hanno smesso un minuto di cercare, con le mani tra le macerie, quello che poteva essere rimasto del biker rimasto nel cuore di tutti. «Quando sono arrivato in via Ponchielli - racconta Cristiano - non riconoscevo neppure più la casa, c’era fumo, fuoco dappertutto...Lui l’abbiamo cercato per due settimane...Mia cognata, invece, l’hanno trovata il giorno dopo, sotto le macerie della casa».
Sono gli stessi pubblici ministero, Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino, a fare proprio quel “fa un po’ male” di Falorni. Si accende la stampante, per far sì che nel fascicolo del dibattimento arrivino referti, autopsie, certificati medici. Interrompendo il flusso di un dolore che travolge tutti.
Come il treno deragliato ha travolto trentadue vite, le esistenze di chi è rimasto , un pezzo di quartiere. Senza trovare ostacoli. «Tra la nostra casa ed i binari - risponde Donatella Baldi alla domande del pm Savatore Giannino - c’era un muretto, basso, che arrivava sotto il ginocchio...». Oggi quella casa non c’è più. Lato ferrovia, in via Ponchielli, non si è ricostruito. Ed è arrivato quel muro che i residenti chiedevano, al momento del disastro ferroviario, da sette anni.
«Mi sono buttato dalla finestra del bagno, giù nel giardino»: è la volta di Marco Germani, marito di Donatella. Si sarebbero sposati di lì a poco e quella sera dormivano. In meno di 24 ore Marco si è ritrovato su un elicottero, diretto all’ospedale Niguarda di Milano. Qui è stato ricoverato per diciassette giorni.
«Pur capendo l’esigenza di snellire al massimo le udienze, è indispensabile che le persone offese rendano in udienza le loro testimonianze», commenta l’avvocato di parte civile, Tiziano Nicoletti: «Perché le parole di chi ha vissuto quella notte, e le loro sofferenze, non possono essere liquidate con la semplice lettura di un certificato medico».
Donatella Francesconi
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