Gioco
Cave, si cambia Sarà la Regione a vagliare i piani
Parla l’assessore regionale Marson: sarà obbligatorio inviare a Firenze la pianificazione dell’attività estrattiva
SERAVEZZA. Anna Marson, assessore regionale all'urbanistica, non abbassa la testa davanti alle critiche del mondo dell’industria lapidea apuo-versiliese e rivendica il “suo” Piano paesaggistico, adottato ieri dal consiglio, anche se con alcune modifiche rispetto alla bozza iniziale. «Bisogna dare più peso agli interessi collettivi rispetto a quelli individuali – dice – e il paesaggio è un bene comune». Il Piano rappresenta un lavoro di quattro anni, fatto con un team di docenti universitari, ricercatori e tecnici comunali; ieri si è chiusa una partita importante e adesso inizia una corsa contro il tempo: l'obiettivo è quello di farlo approvare entro marzo 2015, termine della giunta di Enrico Rossi.
Assessore, ha raccolto tante polemiche per questo piano...
«Sì, vengo accusata di essere quella che tende a bloccare tutto: le trasformazioni, lo sviluppo, tanto che una testata giornalistica mi ha anche nominata mangiapane a ufo. In realtà ho cercato di promuovere trasformazioni diverse, sostenibili, di qualità, che assicurino un futuro alla Toscana e al lavoro, in Toscana. A partire dal paesaggio che è l'unico bene non trasferibile: il paesaggio deve continuare a essere una risorsa che promuova l'economia del territorio».
Il capitolo più criticato è stato quello sulle cave. Può spiegarci cosa cambierà con questo piano?
«Vengono introdotte norme per l'intero territorio regionale: anche le cave saranno assoggettate a una valutazione paesaggistica, nell'ambito del procedimento autorizzativo già previsto, senza aggravio quindi. Discorso a parte deve essere fatto per il Parco delle Alpi Apuane. Con i vari emendamenti siamo arrivati alla versione finale dove abbiamo riconosciuto che anche le cave fanno parte del paesaggio, ma a due condizioni. Che il bene ambientalistico non venga distrutto dall'attività di cava. E che le miniere siano ammesse, come eccezione, se danno benessere alla popolazione insediata e contribuiscono alla cultura che caratterizza il territorio apuano. Non è più ammesso che si scavi e che il vantaggio vada fuori».
Quali regole avete inserito per garantire queste condizioni?
«Abbiamo previsto che in ognuno dei bacini marmiferi delle Apuane, che sono 21, considerando sia quelle dentro sia quelle fuori dal Parco, ci sia l'obbligo di redigere un piano attuativo. Questo permette di valutare le interferenze fra un bacino e l'altro, e, passando dal consiglio comunale, permette al cittadino di partecipare e verificare se effettivamente l'interesse collettivo prevalga su quello individuale. Infine, l'insieme dei piani attuativi deve concorrere a raggiungere l'obiettivo al 2020 del 50% del marmo estratto lavorato nella filiera locale. Non abbiamo specificato cosa intendiamo per filiera locale, perché non era di competenza nostra, ma lo chiarirà la norma regionale sull'attività di cava. Però è evidente che questo aumenterà il lavoro e non lo penalizzerà, come è stato detto».
Come si crea un piano attuativo?
«Può essere proposto dal privato o dal Comune e deve essere adottato dal consiglio comunale. Non sono più, quindi, i singoli funzionari che decidono, ma la politica, gli eletti. Il piano viene trasmesso anche in Regione e dovrà ricevere una valutazione. Tutti i bacini dovranno rispondere agli obiettivi stabiliti dal Piano paesaggistico».
Si potranno ancora aprire nuove cave sulle Apuane?
«Fuori dal Parco sì, stando alle prescrizioni che abbiamo detto. Nel Parco invece non si potranno aprire cave in terreni vergini, nemmeno nelle aree contigue di cave, quelle cioè che erano destinate all'estrazione. Potranno solo ampliarsi nell'area adiacente a quelle esistenti o aprire quelle dismesse. Non sono più ammesse, poi, né dentro né fuori dal Parco, nuove miniere sopra i 1.200 metri. Quelle esistenti, però, potranno ampliarsi».
Qual è l'apporto di questo piano paesaggistico, sia a livello locale sia regionale?
«Da un lato affronta il paesaggio regionale sia dal punto di vista strutturale sia dal punto di vista estetico, percettivo ed è la prima volta che lo fa in maniera così organica. C'è la volontà approfondire gli elementi che rendono questo paesaggio così unico per valorizzarlo, per non schiacciarlo sotto stereotipi. La Toscana non è solo la collinetta e il cipresso: è un insieme variegato di paesaggi perlopiù sconosciuti, anche dai toscani stessi. Basta vedere il “costruito”, che è seriale: tutti le stesse villette a schiera, mentre, nelle altre regioni, ogni zona ha la sua estetica adatta alla morfologia del territorio».
È soddisfatta del lavoro fatto?
«Lo sarò solo quando riusciremo a portare a casa il risultato, anche perché è un lavoro enorme a cui ha collaborato un centinaio di persone. Il piano è un significativo progetto per il futuro della Toscana, segnale di un diverso sviluppo possibile. Da questo punto di vista, il passo indietro degli emendamenti passati in commissione è servito comunque ad approdare e un punto di svolta e andare avanti con maggiore consapevolezza cultura e regole più chiare sulle trasformazioni del territorio».
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