Sicurezza
Noi, che non ci fermeremo finché non avremo giustizia
I familiari delle vittime delle tante stragi italiane si sono ritrovati in municipio per raccontare le loro storie e la battaglia contro l’impunità dei colpevoli
VIAREGGIO. Una strage causata dalla follia dell’uomo, ha scritto sul “Tirreno” Luca Lunardini, sindaco di Viareggio nella maledetta notte del 29 giugno 2009. Cento, mille follie di uomini. Nel racconto duro, accorato, che alterna speranza, lotta, voglia di farcela, momenti di sconforto e troppo domande sulla giustizia che non trovano risposte o, peggio, trovano la risposta sbagliata, risuonato ieri pomeriggio in Municipio. Le voci di tutta Italia, da Casale Monferrato a San Giuliano di Puglia, troppe follie. «Il pubblico ministero mi ha detto "devo tutelare gli imputati": e mio figlio, la vittima, 22 anni e tanti sogni annullati, chi lo tutela?». Arriva da L’Aquila la voce di Sergio Bianchi, padre di Nicola, morto sotto le macerie del terremoto. Bianchi ha fondato l’associazione “Vittime universitarie 6 aprile 2009”, ma la sua costituzione di padre come parte civile nel processo non è stata accolta e rigettata per ben due volte. «Avrei dovuto dimostrare che dopo le rassicurazioni della Commissione grandi rischi mio figlio era tornato in casa e non aveva paura perché, appunto, era stato tranquilizzato. Ma io vivo a 130 chilometri di distanza da L’Aquila dove Nicola studiava!». Biotecnologie, con la voglia di diventare un ingegnere che in qualche modo di ambiente si occupava, nel campo delle energie rinnovabili. «Mio figlio non si sa perché è morto», dice duro papà Bianchi. O forse no: «Dobbiamo chiedere a gran voce che certi delitti non vadano mia in prescrizione. Per le stragi d’Italia c’era chi era consapevole di quello che stava facendo: e allora è omicidio volontario. Per questo da tutti noi deve essere avviato un percorso legislativo in tal senso». Così la voce di Antonietta Centofanti, ancora da L’Aquila, presidente del comitato “Vittime della casa dello studente”, sotto le cui macerie è morto Davide Centofanti, 19 anni, suo nipote. Anche lui studente di ingegneria.
Aveva 33 anni quando è morto, a Casale Monferrato, Pier Carlo Busto. «Fino a quando mio fratello non si è ammalato, dell'amianto non conoscevo niente». A parlare è sua sorella Giuliana Busto, avvolta nel Tricolore. «Pier Carlo non lavorava nella fabbrica dell’amianto. Era uno sportivo che si allenava intorno alla fabbrica dell'eternit, pieno di vita, che amava la vita. E in sei mesi se n'è andato. Senza un motivo. Perché noi non siamo stati in grado di capirlo subito. Ma appena è stato chiaro abbiamo denunciato sui manifesti funebri che era stato l'amianto ad ucciderlo. E da subito ci siamo attivati. Come famiglia, fratelli, ci siamo dati questo obiettivo: che doveva essere una cosa forte, che doveva toccare proprio tutti. Quando abbiamo lanciato la prima raccolta di firme era deprimente. Ci dicevano “tanto lui non può tornare”, “tanto la fabbrica è chiusa”...Con la nostra determinazione siamo riusciti ad ottenere questo processo quando nessuno ci credeva, ci sperava...Ci dicevano che eravamo terroristi perché denunciavamo che l'amianto era ovunque... ». Ne è nata una battaglia collettiva, per una strage silenziosa della quale - sottolinea Giuliana Busto - ciascuno di noi ha la sua data. Perché i nostri cari sono morti in silenzio, con il pudore di dirlo. Come fosse una colpa morire in questo modo».
La battaglia per denunciare il killer silenzioso, ma anche quella - ed il racconto di Guliana Busto lascia senza fiato - per evitare che l’amministrazione comunale di Casale chiudesse con le assicurazioni, determinate al risarcimento per sgonfiare il processo. «Quella sera ho visto la miglior Casale. In Municipio, a urlare la sua rabbia, la sua determinazione a dire di no...Non potevamo accettare. Abbiamo finito alle quattro del mattino, ma abbiamo avuto il risultato di rimanere nel processo. E noi continueremo sempre». Prossimo appuntamento il 19 novembre, in Cassazione a Roma. «Dovremo essere in tanti, tantissimi, a dire "noi ci siamo". Ci mettiamo la nostra faccia in nome di tutte queste vite interrotte. Noi siamo le nostre vittime. E la vita di tutti è cambiata con la morte dei nostri cari».
Non buttarsi giù. Non dare mai la battaglia per persa. Lo dimostra la forza dei genitori dei piccoli di San Giuliano di Puglia, morti sotto le macerie della loro scuola, il luogo della speranza per eccellenza. Nel crollo morì anche Morena, sei anni: «A mia figlia, in quella bara bianca, giurai davanti a Dio di andare avanti su questa vicenda». Parola di Antonio Morelli: «Non bisogna mollare. Ricorderete il primo grado per San Giuliano: i responsabili furono tutti assolti. Ma non è vero che tutte le stragi in Italia restano impunite. Eravamo consapevoli che non poteva essere quella la sentenza. E abbiamo trovato un giudice che ha avuto il coraggio di andare controcorrente». Ma dei cinque anni di pena, «per la strage di bambini più grande del dopoguerra», tre sono stati indultati. Ed allora, è il messaggio di papà Morelli, «dobbiamo andare avanti sulla certezza delle pena. Per riportare questo Paese ad un livello di civiltà. Un avvocato mi disse: “Caro giovanotto, cosa pensi che la giustizia te la regalano?” Ma come: io ho perso una figlia di sei anni e la giustizia tutela chi l'ha uccisa?». Non solo parole di un padre ferito a morte. Perché - così si conclude il racconto di Morelli - «dopo un anno e mezzo dalla tragedia l'ingegnere coinvolto nel processo era responsabile alla sicurezza in un cantiere!».
Dalla Toscana si fa sentire con la forza della battaglia di tutti questi anni, Loris Rispoli, presidente del comitato dei familiari delle vittime del Moby Prince, che nella tragedia avvenuta a Livorno ha perso la sorella Liana, 29 anni, commessa della boutique di bordo: «Dobbiamo chiedere alla politica che queste stragi non vadano mia in prescrizione. Perché chi le ha permesse è ancora lì al suo posto. Anzi, meglio: Moretti a presiedere Finmeccanica, Onorato alla Toremar... E non è giusto: chi si è reso responsabile di queste morti deve pagare».
Già. Perché la Cassazione, come se non bastasse tutto il calvario della giustizia che queste facce, storie, cuori arrivati a Viareggio da tutta Italia raccontano, ha appena dimezzato il periodo di prescrizione per l’incendio doloso. Ed allora si alza forte il grido di battaglia di due donne viareggine, due madri: Daniela Rombi e Gloria Puccetti, la prima madre di Emanuela Menichetti, morta a 21 anni dopo 40 giorni di agonia per le ustioni riportate nel disastro ferroviario di Viareggio; la seconda, madre di Matteo Valenti, morto a 23 anni, anche lui in seguito alle ustioni riportate in un incidente sul lavoro, a maneggiare l’inferno senza saperlo. «Il Comitato nazionale che riunisce le stragi d’Italia e che ha portato qui tutti voi - dicono Daniela e Gloria - faccia una battaglia politica in relazione alla sentenza della Cassazione. Pensiamo ad una manifestazione da organizzare, pensandoci da subito. Dobbiamo agire con tutti i parlamentari che conosciamo, perché noi non possiamo far passare questa cosa. Non si può sopportare che queste persone non siamo processate per quello che hanno fatto. Quella notizia è stata una batosta, una batosta di tutti. Perché non si può pensare che a Viareggio, alla Thyssen, a L’Aquila, non sia successo niente».
Come non è successo niente agli operai della Breda di Sesto San Giovanni. Per chi non c’è più si batte, ormai da una vita, il “Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni”: «Il rischio prescrizione sappiamo che è concreto - dice Michele Michelino che lo rappresenta da sempre -: ma non è vero che si perde sempre. Quando siamo partiti noi, negli anni Novanta, ci dicevano che eravamo terroristi perché denunciavamo che prima morivano gli operai e poi gli altri. Oggi si sono fatti passi avanti importanti. Certo è che non possiamo accettare condizioni di morte, non solo in fabbrica ma su tutto il territorio. Ecco perché siamo qui e staremo con voi tutta la serata».
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