Italia
Strage di Viareggio: il punto sul processo
Trentasei gli imputati dopo l’udienza preliminare conclusasi il 19 luglio del 2013. Prossima udienza fissata per il 2 luglio - IL RACCONTO MULTIMEDIALE - IL PROGRAMMA DELLE CELEBRAZIONI
VIAREGGIO. Tredici novembre 2013: quattro anni e 5 mesi dopo il disastro ferroviario del 29 giugno 2009, nell’aula del Polo fieristico di Lucca, si apre il processo. Trentasei gli imputati, dopo l’udienza preliminare conclusasi il 19 luglio dello stesso anno con il rinvio a giudizio, deciso dal Gup Alessandro Dal Torrione che fissa sulla carta quello che da quella maledetta notte è stato sotto gli occhi di tutti: "L'ipotetico danno interessa tutto il territorio nazionale, proprio perché le condotte di reato attribuite agli imputati si concretizzano in violazioni delle normative in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e tutela della salute dei lavoratori che hanno portata generale e si riverberano nelle loro conseguenze dannose e pregiudizievoli potenzialmente a danno di tutti i dipendenti e lavoratori di Trenitalia-Gruppo Ferrovie dello Stato italiane, utenti del mezzo ferroviario e cittadini”.
All’udienza preliminare si era arrivati con un carico di sofferenza in più: l’esito dell’incidente probatorio. Durante il quale i periti del giudice per le indagini preliminari (Simone Silvestri) avevano esposto le loro tesi, contraria a quella dell’accusa, sostenendo di non poter mostrare calcoli e che comunque “l’occhio è meglio del Cad”, per citare Dario Vangi. Mentre Riccardo Licciardello aveva ammesso di essere pagato da Rfi, azienda tra quelle oggi imputate, nell’ambito del Contratto di servizio del ministero dei trasporti.
“Nessuno di noi è innamorato di una tesi, vogliamo essere sconfitti, ma vogliamo essere sconfitti in modo tale che qualcuno ci tolga la pelle da dosso, che qualcuno ci dimostri che siamo dei cretini: questa dimostrazione non c’è, noi non possiamo prendere per buona questa perizia”, aveva concluso il pm Giuseppe Amodeo parlando della perizia firmata da Vangi e Licciardello. Di fronte al Collegio giudicante, presieduto dal giudice Gerardo Boragine affiancato dai colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino, da qualche udienza a questa parte si va squadernando il disastro ferroviario come ricostruito da tre anni di indagini della Procura di Lucca, catapultata sui binari, tra le macerie, nei cuori pieni di lutto e speranza.
Indagini affidate alla squadra Polfer che ha lavorato per i sostituti Procuratori Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino e composta da Lorena La Spina, Paolo Cremonesi e Massimo Bartoccini. “L’infrastruttura ferroviaria non è un biliardo”: tra udienza preliminare e processo è la frase simbolo del lungo percorso verso la giustizia. A pronunciarla è stato uno dei protagonisti dell’aula: Armando D’Apote, avvocato del Foro di Bolgona, difensore di Ferrovie e di Mauro Moretti, tre rinnovi da amministratore delegato di Ferrovie.
“È successa una cosa che non dovrà mai più accadere. Se la sede ferroviaria non è un biliardo, non bisogna farci circolare sopra delle bombe”, è la risposta che arriva da papà Claudio Menichetti, ascoltato come testimone dei 40 giorni di agonia della figlia appena ventunenne, Emanuela. Ed è tutto qui il senso della vicenda giudiziaria che scompone e ricompone la strage di Viareggio, con le sue trentadue vittime, e “il dolore, le sofferenze non ancora rimarginate, assunte ancora oggi come fonte di turbamento”, per dirla ancora con le parole di Alessandro Dal Torrione.
Si torna in aula il 2 luglio: sul banco degli imputati le troppe mancanze in materia di sicurezza sul lavoro, che rimbalzano nel sistema di “scatole” societarie, e quel dispositivo anti svio che sul carrocisterna deragliato non c’era cinque anni fa e non ci sarebbe neppure oggi. Perché l’Europa non si convince, neppure di fronte a 32 morti, che si debba farlo diventare da facoltativo ad obbligatorio.
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