Il Tirreno

Versilia

Mio padre, eroe “liquidato” con 250 euro

di Matteo Tuccini
Mio padre, eroe “liquidato” con 250 euro

Tentò di bloccare due rapinatori e fu ucciso Il figlio: «ll suo sacrificio è stato dimenticato»

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VIAREGGIO. «Mio padre aveva 53 anni e non sopportava l’ingiustizia. Era un omone allegro, robusto e coraggioso, che non si girava dall’altra parte. E quando quel tabaccaio chiese aiuto, non si voltò. Sacrificò la propria vita per quello in cui credeva: anche se era ancora giovane, anche se aveva una moglie e tre figli. Ma nessuno, in questi 30 anni, ha mai chiesto come ci sentivamo, se avevamo bisogno di qualcosa. Ci hanno liquidato con un assegno da 500mila lire, 250 euro di oggi, che non abbiamo mai riscosso. È una questione di dignità: noi ce l’abbiamo, chi ha dimenticato mio padre, no».

Un anniversario tragico. Piero Dainelli, 55 anni, riesce a malapena a completare le frasi quando parla della sua famiglia. Rompere il silenzio sulla vicenda di suo padre Athos, eroe finito nell’oblio, gli costa caro: ogni attimo, ogni frammento gli rompe la voce, mentre nel suo negozio di parrucchiere in via Mazzini racconta 30 anni di sofferenze e di lotte contro chi ha dimenticato. In fondo è passata una vita e non è passato niente, da quel 9 giugno 1984. Un pomeriggio di un giorno da cani, a Bicchio, con un delitto consumato come nelle peggiori periferie delle metropoli americane. Sangue e violenza, da cui emerse il coraggio di un uomo normale: Athos Dainelli. Ucciso da dei rapinatori che aveva cercato di bloccare.

L’omicidio. Sono le 20, Athos ha staccato ed è andato a farsi la barba dal parrucchiere. Un collega, potremmo dire: anche lui è commerciante, ha una lavanderia nella piazza centrale del Varignano (oggi Karlovy Vary). La vita gli sorride: ha una moglie, Angela Paolini, che lo ama, e tre figli giovani e stupendi: Stefania, Piero e Maurizio. E proprio quel giorno ha preso in braccio per la prima volta il nipote appena nato: l’indomani è prevista una festa, per celebrare l’evento. Viareggio, come un po’ tutta l’Italia in quegli anni, gode di una specie di secondo boom economico. E chi ha un negozio, anche in quartieri periferici come Bicchio e il Varignano, non se la passa male. Ed è proprio in uno di questi esercizi che i rapinatori hanno progettato il colpo. Una tabaccheria sull’Aurelia, gestita da Elio Pollastrini, che i delinquenti monitorano da tempo. E quella sera hanno deciso di agire, pensando di ricavarne almeno un milione di lire. Ma quando entrano nel negozio, nel fondo cassa di lire ce ne sono solo 70mila. La rabbia per il magro bottino si riversa sul povero Pollastrini, che si è ribellato e cerca di difendersi: cominciano a pestarlo a sangue, e lui chiede aiuto. Athos esce dal negozio del barbiere, con un amico. Vede i malviventi che fuggono in Vespa, e non ci pensa un attimo: sale in macchina e li insegue. Riesce a bloccarli, mettendo l’auto di traverso al motorino. E questi, senza alcun tipo di pietà umana, scendono dal mezzo e lo freddano con un colpo di pistola al cuore. A premere il grilletto è un ragazzo di 19 anni, viareggino: Mario Castiglione. Assieme al complice Massimo Schenone ruba l’auto della vittima e si dà alla fuga. Verranno individuati e presi poche ore dopo, «grazie al fiuto del maresciallo Giulio Lazzeri», ricorda Piero. Lazzeri è il mitico “Gatto della Versilia”, noto per le indagini sulla Circe.

Rapinatori della porta accanto. Le cronache raccontano che i due rapinatori vengono presi mentre giocano a carte, ancora sporchi di sangue. Castiglione e Schenone verranno condannati, in via definitiva, a 25 anni e a 18 di carcere. Piero spiega di averli rivisti in città, in regime di semilibertà. È il destino crudele di chi vive nello stesso quartiere, a pochi metri di distanza, e sceglie strade diverse. È il destino del Varignano, che zona di confine lo è da sempre: tra chi vive e lavora onestamente, e chi preferisce strade più brevi. Piero racconta che per un po’ ha pensato che «papà lo avessero ammazzato per timore di essere riconosciuti in qualche modo. Avevano il volto travisato, ma lui aveva fegato, sarebbe stato capace di strappar loro il passamontagna».

La rabbia e l’orgoglio. Quando arriva la notizia, alla famiglia Dainelli, è come se una voragine si aprisse sulle loro vite e le trascinasse in un gorgo. «Diventò tutto più complicato, più difficile - ricorda Piero - riconobbero papà come pubblico ufficiale per il suo gesto, gli dettero la medaglia al valor civile alla memoria, e dissero che ci avrebbero risarcito con 100 milioni di lire. Poi cominciarono le telefonate anonime». Incredibile, l’invidia della gente «per dei soldi che mai ci avrebbero restituito papà, il suo affetto e la sua forza. E che comunque mai arrivarono». Perché secondo la legge 466 del 1980 (sulle “vittime del dovere”) i risarcimenti non spettano alla tua famiglia se sei stato ucciso da uno o due banditi, e non da terroristi o dalla criminalità organizzata. «Un sottosegretario ci consegnò un assegno di 500mila lire. Non lo abbiamo mai riscosso, per volontà di mia madre. Una donna straordinaria che ancora oggi lotta. Ha chiuso la lavanderia, qualche anno dopo la morte del marito; ha raccontato ai giornali che non ha più amiche; ha perso un figlio, mio fratello Maurizio, per un cancro al cervello. Ma ha continuato a lavorare e a darci forza. Lo Stato non le riconosce niente, come se non fosse una sua cittadina e come se papà non avesse fatto quello che ha fatto. Solo un’associazione privata ci dà un piccolo supporto. Dopo quello che è successo, siamo cittadini di serie B».

La memoria tradita. Ma la famiglia Dainelli, spiega Piero, non ha deciso di rompere il silenzio per motivi economici. «Quando giriamo per la città, la nostra città, che i turisti vedono sempre più sporca e degradata, vediamo cartelli di vie e piazze intitolate a figure varie. Noi abitiamo al Varignano: la piazza Karlovy Vary ha sempre rappresentato un luogo della nostra memoria, perché era lì che c’era la nostra lavanderia. Eppure quella piazza porta il nome di una città straniera, legata a Viareggio solo per via di un gemellaggio. Perché non è stata intitolata a nostro padre? Perché nessuna amministrazione comunale ha mai ritenuto giusto rendere onore a un suo concittadino che ha dato la vita per aiutare gli altri?». Non è la prima volta, peraltro, che i Dainelli si fanno sentire. «Abbiamo scritto all’onorevole Carlo Carli, nel 2003, chiedendo che la nuova piazza di Bicchio portasse il nome di nostro padre. E l’anno scorso, in occasione del ballottaggio per l’elezione del sindaco, ho lasciato una lettera attaccata alla tessera elettorale perché si facesse luce sulla vicenda. Mi rivolgo, ancora una volta, all’amministrazione e al sindaco Leonardo Betti: rendete omaggio a Athos Dainelli. Non dico che sarebbe come riaverlo vivo, ma almeno rivedremmo una parte di lui. Quella che, dal nostro punto di vista, è ancora l’esempio migliore».

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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