Il Tirreno

Versilia

Condannata la banca per il contratto beffardo

di Matteo Tuccini

Famiglia sottoscrive una consulenza costosa per investimenti sicuri in Borsa Dopo aver perso 200mila euro chiede i danni. E ottiene un maxi-risarcimento

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VIAREGGIO. C’è una famiglia viareggina come tante, che ha da parte un bel gruzzolo: 200mila euro. Decide di investirli in Borsa, e per evitare rischi sottoscrive un contratto di consulenza a pagamento con la propria banca. Ma quei soldi, messi nei tristemente celebri titoli di Stato argentini, vanno in fumo. E così la famiglia decide di fare causa all’istituto di credito. In primo grado il tribunale dà loro torto, ma in appello la sentenza viene ribaltata. E la banca viene condannata a un risarcimento danni che sfiora i 100mila euro. Perché quella consulenza che, dietro compenso, avrebbe dovuto salvare i loro portafogli, secondo la Corte d’Appello di Roma non c’è mai stata.

Il contratto stipulato. La vicenda, come molte altre simili, nasce pochi mesi prima del collasso dell’Argentina, che ha messo in crisi numerosi risparmiatori viareggini e versiliesi. Qui parliamo di una famiglia normale, il vecchio ceto medio che ai tempi - siamo nel 2001 - ha ancora dei risparmi da parte: che si tratti di un’eredità o di una vendita di una casa. I signori in questione hanno un figlio, e a lui pensano quando decidono di fare questo investimento. La cifra è importante, 200mila euro: ma, proprio per questo motivo, si ritiene di dover sottoscrivere un contratto di consulenza a pagamento che eviti scommesse in Borsa fuori dalla loro portata. Il contratto viene stipulato con Banca Sella il 13 settembre 2001, al costo di 1 milione e 600mila lire annue.

L’investimento. Nel frattempo la famiglia ha già investito i soldi nei titoli argentini. Tuttavia - spiega la Corte d’Appello romana nella sentenza che ha accolto il loro ricorso - in tutti e quattro i mesi della durata del contratto, e cioè fino al 31 gennaio 2002, la Banca non invia mai alcuna informazione sul portafoglio titoli. E non avverte i clienti del rischio, tra l’altro a brevissimo termine, che stanno correndo tenendo quei 200mila euro nei bond spazzatura. La Banca, insomma, non consiglia loro di venderli. Fatto sta che, alla fine del 2001, l’Argentina va in default e la famiglia perde tutti i propri risparmi.

La difesa della Banca. A quel punto scatta la causa contro l’istituto di credito. Che, dal canto suo, si difende spiegando che «il rapporto di consulenza era iniziato quando i titoli erano già in calo, ed erano diventati difficilmente collocabili». E il tribunale di Roma dà ragione alla Banca, respingendo la richiesta di risarcimento della famiglia, tutelata dagli avvocati Roberto Polloni e Vittorio Bovini.

La sentenza ribaltata. Ma la Corte d’Appello ribalta clamorosamente questo pronunciamento. Affermando che «rientra indubbiamente negli obblighi contrattuali di consulenza quello di monitorare costantemente la posizione del cliente, al fine di consigliargli le opportune mosse d’investimento o disinvestimento. In assenza di alcuna dedotta e provata informazione sull’andamento dei bond argentini, e di relativi consigli in merito alla gestione del portafogli, appare evidente la configurabilità di un grave inadempimento». La Banca, insomma, avrebbe dovuto informare i propri clienti e consigliare loro la vendita dei titoli prima del default, a maggior ragione perché riceveva un compenso per questo tipo di lavoro. Di conseguenza, i giudici hanno condannato l’istituto di credito a un risarcimento di 86mila euro più interessi.

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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