La protesta
Raccolgo quelle foglie bagnate e le porto sulla tomba del mio Sergio
A un anno dalla scomparsa Stefania Sandrelli ricorda il fratello musicista e compositore «Con mia sorpresa ho trovato nei cassetti le sue poesie segrete e ho voluto pubblicarle»
di CORRADO BENZIO
Era giusto il febbraio di un anno fa, pioveva a Viareggio.
«Dopo il funerale ho passeggiato da sola sulla spiaggia, là dove sono le dune. Era deserta. E poi sono andata in pineta. Ho camminato per viale dei Tigli, c’erano le foglie bagnate in terra. Ne ho raccolte tre o quattro per portarle sulla tomba di Sergio. Volevo che sentisse ancora l’odore di Viareggio. Ecco, ho visto la mia città attraverso i suoi occhi».
Chi parla è Stefania Sandrelli. Sergio è il fratello che nel 2013 a 73 anni, dopo una lunga malattia, è mancato.
La Sandrelli è l’attrice, la diva del cinema, l’ultima icona di quando la grande bellezza dei nostri film dominava veramente l’arte cinematografica nel mondo. Ma qui è solo la sorella di Sergio, un bellissimo ragazzo e il “vero artista di famiglia”. La sorella ci ha impiegato un anno per elaborare il lutto. Lo ha fatto anche attraverso le poesia e gli scritti del “fratellone”.
Queste rime escono in questi giorni in una prima raccolta con il titolo “Primo verso”, in copertina un celebre dipinto di Telemaco Signorini nel 1860 “La spiaggia di Viareggio”.
Il libro è stato presentato pochi giorni fa a Roma, alla libreria Fandango Incontro di via dei Prefetti. E’ stata una cosa molto significativa, anche toccante.
«Con Amanda abbiamo letto delle sue poesie. E’ stato molto bello. Ora il libro esce anche a Viareggio e mi piaceva ricordare Sergio. Ma in maniera viva, attraverso i suoi molteplici talenti. E senza costruire altarini. Che Sergio avrebbe odiato. Lui poi che non amava mettersi in mostra, che non voleva apparire, che a Roma ha vissuto sempre nella mia ombra».
Sergio Sandrelli era nato a Viareggio nel 1939, quando l’Italia stava per entrare in guerra e la Versilia viveva una delle sue ultime estati felici. I Sandrelli erano arrivati dalla Toscana interna. La nonna era di Pistoia, il padre di Sergio e Stefania, Otello, era fiorentino.
Sergio aveva studiato pianoforte con il celebre maestro Guido Marotti e poi si era diplomato al conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. Era uno dei pianisti più promettenti. Stefania rivela un episodio.
«Era stato chiamato da Arturo Benedetti Michelangeli a fare parte del suo staff ad Arezzo. Ma in casa non volevano. Già andare in treno a Firenze era una sorta di viaggio per quei tempi, figurarsi andare fino ad Arezzo, troppi sacrifici».
Per inciso Benedetti Michelangeli era il dio in terra del pianoforte, celebri i suoi concerti anche perché rarissimi.
Stefania cresce. Sergio è musicista, ma in realtà ama ogni forma di arte. Stefania ama lo spettacolo, studia danza, è affascinata dal cinema. In una famosa intervista ricordava che a Viareggio “c’erano più cinema che chiese”.
E allora con gli amici più veri si recita, si legge, si immagina cosa sia vivere d’arte. «Giuliano Vasilicò, i cui genitori avevano una pensione in via Fratti, fu il mio primo regista teatrale, improvvisavamo spettacolini. Sergio invece mi dette il primo ciak. Lui regista e io la protagonista di Dracula il vampiro, girato in super8. In realtà i nostri gusti erano più raffinati. A noi piacevano i film di Ermanno Olmi, quei piccoli film come il Posto, I fidanzati».
La storia della Sandrelli è nota fin nei particolari. Fa miss Ninfetta, esce in una famosa foto sulle Ore (al tempo settimanale non scandalistico) e viene notata da Pietro Germi.
E sarà Sergio a portare Stefania a Roma al primo provino col regista che la lanciò nel mondo. Ma non fu facile uscire dalla pensione poi celebre rosticceria zio Pietro, andare in stazione e prendere il rapido per Roma Termini.
«Mio padre già non c’era più, io ero piena di zii paterni e materni, tutti maschi e tutti a dirmi di no. Nessuno voleva che facessi il cinema. Ma io ero decisa. Partii per il provino, accompagnata da Sergio».
Nacque così la grande interprete di Divorzio all’Italiana (Oscar per la sceneggiatura, quando l’Italia era di casa alle serate della Academy Award), di Io la conoscevo bene, di Novecento, della Chiave di quel capolavoro assoluto della commedia all’italiana che fu C’eravamo tanti amati con Gassman e Manfredi.
Stefania fu seguita dal fratello quando nel 1970 decise di stabilirsi definitivamente nella Capitale.
«Sergio componeva, suonava, dava lezioni di pianoforte. Quello gli bastava per vivere. Sergio viveva veramente con poco e di poco. Non era interessato ai soldi. Gli bastava stare con me, e seguire i miei successi».
Stefania racconta un episodio che riguarda molto da vicino anche la Toscana.
«Era molto orgoglioso di me: una sera, tornando a casa da una premiazione, lo trovai delusissimo.
«Eravamo in corsa per la migliore attrice _ ricorda Stefania _ io e Micaela Ramazzotti, entrambe nel film La Prima cosa bella di Paolo Virzì, girato tutto a Livorno. Ci si mise d’accordo: chi avesse ottenuto la statuetta avrebbe chiamato l’altra sul palco. Vinse Micaela che mi chiamò. Io commentai: largo ai giovani. Sergio invece si arrabbiò. Definì la giuria una massa di str..., riteneva quel premio mancato una vera ingiustizia. La verità è che io, già pluripremiata, ero felicissima di avere fatto quel film. Perché Virzì è veramente un grande regista e lo ha dimostrato anche con il Capitale Umano e Micaela una donna e un'attrice meravigliosa».
Stava già male, Sergio. L'ultima estate, Stefania affittò una bellissima villa all’Argentario con un grande giardino che declinava sul mare.
«Sergio era con me, è stata la nostra ultima estate insieme. Condividevamo tutto, dal cibo alla musica, dalle parole alle risate. Lui certe volte amava le battute un po’ grossier. Da autentico toscano».
La vita di Sergio si spegne lentamente, l’ultimo anno lo vive a casa dell’attrice. Che lo terrà per mano insieme alla compagna nel momento del trapasso.
Stefania accompagna Sergio nel suo ultimo viaggio verso il cimitero del Marco Polo, a Viareggio. Non lontana c’è la casa di famiglia, a due passi dalla pineta.
E dopo, la scoperta di queste poesie, di questi scritti, spuntati dai cassetti più privati. Una ricerca in cui Stefania è aiutata dalla compagna di Sergio.
«Li aveva scritti tutti con una matita, leggeri, quasi che volesse poi che il tempo li cancellasse, che non restasse niente».
“Primo verso” è il titolo della raccolta ma anche di una poesia. Una è dedicata a Robert Schumann, grande compositore. In quei versi c’è la vita, la passione, l’arte, la natura, ma tutto attraversato da una vena di profonda malinconia. Stefania vuole che gli amici, chi lo conosceva, legga quei versi. E ricorda così Sergio: «Io per Sergio sono stata sua madre, lui per me è stato mio padre. Abbiamo sempre vissuto così».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
