Gioco
Politi-choc: «I carri? Sono fatti di polistirolo»
Il grido d’allarme del carrista: «Stiamo abbandonando l’arte della carta a calco Si cercano scorciatoie per risparmiare tempo e denaro. E nessuno controlla»
VIAREGGIO. «La cartapesta? Un'arte che rischia di morire. Anche perché sempre meno costruttori ne fanno uso, preferendo tecniche di lavorazione più rapide e dunque meno costose». A sollevare l'argomento – d'attualità ormai da molti anni, ma spesso rimasto sottotraccia – è Simone Politi, uno dei talenti più apprezzati della Cittadella del Carnevale, quest'anno autore insieme a Priscilla Borri del carro grande Il ladro di sogni. Di fronte all'utilizzo sempre più massiccio di altri materiali diversi dalla carta a calco (in particolar modo il polistirolo, ma spesso anche la vetroresina), Politi lancia il suo grido d'allarme. «Che non vuol essere una polemica contro gli altri costruttori – precisa – ma innanzitutto vuol essere un appello perché non vada perduta una delle caratteristiche principali del nostro Carnevale».
Partiamo da un dato di fatto. Quest'anno quanti carri non sono realizzati con la cartapesta?
«E' un conto che non ho fatto né voglio fare. Ma sono sicuramente tanti. E, soprattutto, il numero dei costruttori che fa ricorso ad altri materiali diversi dalla cartapesta è sempre più elevato. Questo – ed è la cosa che più mi preoccupa – fa sì che un'arte che ha reso Viareggio famosa nel mondo si sta lentamente ma inesorabilmente perdendo. Anche perché nessuno fa niente perché questa tecnica venga preservata».
Perché si fa un uso sempre più massiccio di polistirolo e vetroresina?
«Perché si risparmia tempo. Tanto tempo. Specie col polistirolo. Chi utilizza questo materiale, infatti, salta quasi tutti i passaggi necessari nella carta a calco: niente giunchi, niente creta, niente modellatura, niente armature in gesso. E ancora: nessuna forma, nessun calco, nessuna asciugatura. Se per un carro di cartapesta ci vogliono 5-6 mesi di lavorazione, con un carro di polistirolo può bastare anche solo un mese. E' chiaro che il risparmio, di tempo ma anche di soldi, non è di poco conto. E poi c'è dell'altro».
E cioè?
«C'è che per fare un carro di polistirolo può essere sufficiente lavorare bene con un programma per computer. Una volta preparato un modellino in 3D, è sufficiente chiedere ad una ditta specializzata nella lavorazione del polistirolo di realizzare quel modello realizzato al computer nella scala che vuoi e il gioco è fatto. E per dare un tocco di cartapesta, è sufficiente ricoprire il polistirolo con qualche striscia di carta di giornale e nessuno ti dice nulla. Ma così chiunque può fare un carro. Da qualunque parte del mondo provenga. La lavorazione della cartapesta, invece, è una prerogativa tutta viareggina. Noi potremmo aprire una Università della cartapesta e tutti dovrebbero venire qui per imparare ad utilizzare un'arte apprezzata nel mondo per la sua raffinatezza. E invece stiamo perdendo questa tecnica che è il vero valore aggiunto del Carnevale di Viareggio».
E' un discorso che vale anche per i giovani?
«Eccome. Basta vedere come il polistirolo abbia contagiato anche il mondo dei mascheratisti. I giovani costruttori, anche fra le maschere isolate che dovrebbero essere la palestra della cartapesta, utilizzano il polistirolo a piene mani. Del resto se i grandi costruttori, quelli che sono i maestri e i modelli dei giovani, non tramandano più la tecnica della carta a calco, è chiaro che i giovani non la acquisiranno mai. E invece la cartapesta andrebbe trasmessa e tramandata con amore».
Ma nessuno controlla? Esiste un bando che, salvo deroghe motivate e autorizzate dalla Fondazione, impone di realizzare almeno il 70% del carro in cartapesta...
«Io non so se c'è qualcuno chiamato a controllare il rispetto di questa norma. Nel mio hangar nessuno è mai venuto a controllare se le maschere che facevo erano di cartapesta oppure no. Certo è che, in un concorso come quello che c'è fra noi carristi, il rispetto delle regole dovrebbe essere un principio inderogabile. E invece temo che non sia così...»
E la Fondazione?
«La Fondazione ha le sue colpe. E non solo per l'omesso controllo. Anzi, si può dire che il peccato originale inizi proprio dalla Fondazione. Se ad un costruttore dai il via libera al progetto di un carro quando mancano solo tre mesi all'inizio del Carnevale, è chiaro che di fronte ha solo due strade: o inizia il carro prima di avere l'ok, con tutto ciò che ne consegue in termini di rischi, oppure salta i tempi della cartapesta e usa altre tecniche più rapide. Poi, però, le conseguenze sono quelle a cui stiamo andando incontro. E non si tratta soltanto di una questione di soldi o di premi...»
Che altre implicazioni ha il mancato utilizzo della cartapesta?
«Ci sono altre conseguenze che forse qualcuno reputa meno importanti, ma che invece a mio modo di vedere sono fondamentali. La carta a calco presuppone l'uso di materiali naturali, assolutamente ecocompatibili: si usa carta di giornale riciclata, colla fatta con la farina, creta. L'uso del polistirolo o della vetroresina implica invece l'utilizzo di materiali inquinanti. E che per essere lavorati comportano anche dei rischi per la salute. Senza tenere conto che poi questi materiali vanno smaltiti come rifiuti pericolosi, per altro a spese della Fondazione. Non trovo che tutto questo sia un argomento secondario».
E poi?
«E ancora: l'uso della carta a calco implica l'obbligo di adoperare personale formato che quasi sempre è del posto, dando lavoro a decine di famiglie. Chi si affida al polistirolo può fare a meno di questo personale. E spesso si rivolge ad aziende al di fuori della Versilia. Se il Carnevale ha un senso anche come volano dell'economia, credo che non si possano non valutare certi aspetti...»
Cosa fare, allora, per non perdere la tradizione della cartapesta? Vietare l'uso di materiali alternativi?
«Credo che l'utilizzo di materiali e tecniche alternative alla carta a calco debba essere autorizzato solo e soltanto che vi sono esigenze specifiche. Faccio un esempio concreto: i capelli della figura femminile del carro di Gilbert Lebigre non potevano dare lo stesso effetto se realizzati in cartapesta. Quello può essere un caso in cui è giusto autorizzare l'uso di altri materiali. Ma quando l'uso del polistirolo è solo e soltanto una scorciatoia, allora bisogna dire no. E fare in modo che nessuno scavalchi le regole, anche scritte, che ci sono».
@ClaVecoli
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