Sicurezza
Fappani sequestrato, parla l’ex gestore: datelo di nuovo a me
Espedito Parisi, indagato anche per riciclaggio, racconta come arrivò a Viareggio grazie al prestito del cugino Righi
VIAREGGIO. «Posso aver sbagliato come imprenditore. Ma passare come prestanome di chi ricicla i soldi della camorra è un’accusa contro cui lotterò finché campo».
Espedito Parisi ha l’anima divisa in due. Da una parte vorrebbe gridare al mondo che lui con la camorra non c’entra niente. Dall’altra si pone un problema più immediato e pratico: come mandare avanti una famiglia con moglie e 5 figli.
Nel blitz contro il riciclaggio di denaro sporco di mercoledì 22 gennaio, con epicentro tra Napoli e Roma (89 arresti e beni per 250milioni di euro sequestrati) sono finite anche le due pizzerie gestite da Parisi, “L’Imbarcadero” a Marina di Pisa e “L’Antico Vicoletto” a Pisa, oltre a quelle delle sorella, "Salustri" di San Giuliano Terme e "L'Arciere" di Pisa. Sotto sequestro anche un terzo locale, lo storico ex Fappani, in Passeggiata, a Viareggio, la cui gestione fa capo a una società di cui è legale rappresentante sempre Parisi. Provvedimenti che tradotti nel concreto significano privare i titolari di un’entrata.
«Hanno scavato una fossa intorno a quattro famiglie, tutte incensurate, che in tutto hanno dodici figli, di cui dieci minorenni» esordisce Parisi, a Pisa da 27 anni e che ora vive a Tirrenia. L’imprenditore, al momento senza aziende, fa risalire gran parte dei suoi guai all’acquisto dell’ex Fappani.
Lo comprò nel 2010 dal cugino Salvatore Righi, in carcere, con gli altri due fratelli, con l’accusa di ripulire i soldi del clan Contini di Napoli.
«Non è che ho acquistato l’ex Fappani in contanti – spiega Espedito Parisi –. Ho firmato 700mila euro di cambiali. Per i primi due anni sono riuscito a pagare la rata di 10mila euro mese. Poi ho dovuto dire a mio cugino che non ce la facevo più. E dal 2012 non ho più pagato le cambiali d’accordo con Salvatore. Se mi viene contestata una mossa azzardata a livello commerciale la posso anche accettare. Ma questa non è stata un’operazione per riciclare soldi. E anche le mie due pizzerie non è che abbiano grandi entrate. Di quelle delle mie sorelle non so niente. In banca sono in rosso fisso».
Parisi non rinnega i rapporti con i cugini Righi dai quali in passato ha ricevuto aiuti finanziari.
«E ci mancherebbe altro – si accalora –. Ma se uno non se la passa bene non è normale chiedere aiuto a un parente? È quello che ho fatto e che rifarei anche ora se in questa vicenda non fossero coinvolti i miei cugini. È dagli anni Sessanta che i Righi sono benestanti».
L’imprenditore racconta anche come e quando ha deciso di mettersi in proprio.
«Per nove anni ho fatto il cameriere sul litorale – ricorda –. Lavorando al ristorante del Bagno Corallo ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie. A un certo punto mi sono detto: “Ma se proprio devo farmi un mazzo tanto, preferisco farlo per me che per gli altri”. E così mi sono messo in proprio. Con quali soldi? Con la vendita di un immobile di mia madre a Casoria (Napoli). Con una liquidità di 200mila euro ho iniziato con “L’Imbarcadero”. Poi, durante uno sfratto del locale e in attesa di riaprire dove si trova ora la sede, ho preso anche l’Antico Vicoletto per tirare a campare. I conti delle mie attività sono pessimi. Non è un mistero e la magistratura lo capirà. Purtroppo sono i tempi che mi preoccupano. Nel frattempo come faccio ad andare avanti?»
Indagato per intestazione fittizia di beni e riciclaggio, Parisi, attraverso due legali farà ricorso contro il provvedimento di sequestro delle sue attività in procinto di venire assegnate dal custode giudiziario a chi ha i requisiti per gestirle in attesa dell’eventuale confisca o della revoca dei sigilli.
Travolto dal ciclone giudiziario, Parisi è costretto a fare i conti con la sua dignità: «Per pagare gli avvocati dovrò vendere i preziosi di famiglia. Poi toccherà alla macchina, una Mercedes Classe C. Dopo non so davvero dove andrò a battere la testa per sfamare la mia famiglia».
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