Il Tirreno

Versilia

«Minacciato perché non parlassi dell’attentato a Romanini»

«Minacciato perché non parlassi dell’attentato a Romanini»

L’ex carabiniere Ennio Iardella accusa i colleghi in aula durante il processo per favoreggiamento nell’omicidio dell’imprenditore. La replica di Martignetti: ho eseguito ordini, non ho detto di tacere

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CAMAIORE. «Dopo l’omicidio mi dissero di non parlare alla polizia dell’attentato subito l’estate precedente da Stefano Romanini, altrimenti avrei rischiato una denuncia». Nuova drammatica udienza fiume ieri in tribunale a Lucca per il processo ai tre carabinieri accusati di favoreggiamento per aver taciuto informazioni importanti che riguardavano Stefano Romanini, l’imprenditore ucciso in circostanze misteriose di fronte alla sua abitazione in via Cesare Battisti a Camaiore l’8 febbraio 2013.

Accuse reciproche. Il primo a essere sentito di fronte al giudice monocratico Enrico Mengoni, è stato uno degli imputati, l’ex carabiniere Ennio Iardella, all’epoca dell’omicidio già in pensione da quasi due anni ma amico dei Romanini. Incalzato dal pm Fabio Origlio Iardella ha in pratica scaricato le responsabilità per le mancate indagini su coimputati Gianluca Martignetti, all’epoca dei fatti in servizio a Camaiore e Ciro Ionta che all’epoca dell’omicidio era comandante della stessa stazione.. «Dopo l’omicidio - ha affermato Iardella - dissi a Martignetti che se Ionta avesse fatto il suo dovere Stefano Romanini forse non sarebbe morto». Un modo per alleggerire la propria posizione o una rivelazione importante? Chiarire questo dobbio toccherà al giudice. Sentito anche Martignetti che ha negato con decisione che ci siano state minacce. «A Iardella io dissi soltanto che il comandante Ionta non voleva che si parlasse di lui e del suo operato con la polizia, che solo lui poteva farlo. Non ho mai detto di nascondere l’attentato subito da Stefano Romanini. Di quel fatto e degli elementi da me raccolti avevo già parlato al mio comandante Ionta, che disse di volersene occupare di persona, e, come mi era stato ordinato, alla polizia che si occupava delle indagini. Ionta mi disse di non fidarsi di Iardella perché era troppo amico di Roberto Romanini».Il botta e risposta avvenuto ieri in aula ha in parte rievocato i fatti avvenuti tra l’estate 2010 (quando Stefano Romanini subì un misterioso attentato nella zona della bonifica a colpi di pistola mentre era a bordo della sua Jeep Galloper )poi l’8 febbraio 2011, data dell’omicidio e, infine, le prime fasi delle indagini.

L’auto e l’attentato. All’epoca dell’attentato Iardella -carabiniere in pensione che per 30 anni era stato in servizio alla caserma di Camaiore - aveva in uso un capannone di proprietà dell’imprenditore Roberto Romanini (poi indagato per l’omicidio) dove praticava il suo hobby da fabbro. Un giorno, come è stato raccontato in aula, Iardella vide l’auto di Stefano Romanini coperta da un telo e con un vetro rotto. L’imprenditore disse che si era trattato di un incidente. «Fu Roberto a Romanini a dirmi dell’attentato subito dal cugino - spiega Iardella - e mi disse anche che Stefano gli aveva preso dei soldi. Fui io a suggerire di andare a raccontare tutto ai carabinieri visto che Stefano non voleva farlo».In quei giorni in caserma sarebbe avvenuto poi un incontro tra Iardella, Martignetti Ionta e Roberto Romanini in cui si sarebbe parlato della presunta truffa subita da quest’ultimo e dell’attentato. Romanini, secondo la ricostruzione fatta da Iardella, avrebbe portato anche delle foto della macchina del cugiino crivellata da colpi di pistola. Martignetti ieri in aula - rispondendo alle domandfe dei legali Giacomo Ciardelli, Eros Baldini e Trento Titano Marsilia ha però negato di aver visto quelle immagini. «Entravo e uscivo continuamente - ha detto il carabiniere - perché ero di turno come piantone. Io ho fatto tutti gli accertamenti che mi sono stati richiesti sulla vicenda: ma Stefano Romanini ha negato minacciando denunce».

Verità nascosta? Secondo la procura da quel momento sono iniziate le omissioni da parte dei carabinieri, omissioni che sarebbero riemerse solo durante le indagini sull’omicidio. In primis le indagini sull’attentato e la sospetta truffa sarebbero state condotte in maniera blanda e poco convinta basandosi solo sulle dichiarazioni di Stefano Romanini (che secondo i familiari aveva paura a parlare perché spaventato). Poi ci sarebbero i fatti avvenuti dopo l’omicidio e sui quali il giudice dovrà fare chiarezza. Per la procura - che basa le proprie ipotesi anche su alcune intercettazioni telefoniche - Ionta e Martignetti avrebbero cercato di tenere nascoste le informazioni sull’attentato, forse per nascondere il fatto di non aver svolto indagini in maniera adeguata. La difesa di Ionta e Martignetti sottolinea che la vicenda fosse già nota in città e che quindi sarebbe stato assurdo pretendere il silenzio su questo punto.

Il giallo delle minacce. Un tentativo di nascondere l’accaduto potrebbe essere dedotto dalle dichiarazioni rilasciate da Iardella durante gli interrogatori e confermate ieri in aula. «Mi è stato detto di non dire niente dell’attentato - ha detto l’ex carabiniere - e che se avessi parlato mi sarei beccato una denuncia. Io acconsentii per amicizia. E comunque la polizia non mi chiese niente su quegli spari». A far da portavoce per Ionta sarebbe stato lo stesso Martignetti. Che ieri ha spiegato la sua versione dei fatti. «Noi non volevamo nascondere l’attentato - spiega - mi era stato ordinato di fare accertamenti e io riportai tutto ai miei superiori e alla polizia. Ionta disse di aver preso appunti su tutto e che stava lavorando sul caso. Da solo non potevo fare denuncia perché avrei violato le regole militari. Io non dissi a Iardella di omettere la verità: Ionta voleva solo che Iardella non parlasse del suo operato alla polizia, temeva che avrebbe mentito perché era amico di Roberto Romanini».

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di Redazione web