Sicurezza
Porto, La Rosa è libero Ma non tornerà al lavoro
Revocati gli arresti domiciliari al militare della Capitaneria accusato di corruzione Il giudice dispone che non riprenda servizio. E dovrà lasciare anche l’alloggio
VIAREGGIO. Non potrà tornare al lavoro in Capitaneria e la guardia costiera gli ha già chiesto il rilascio dell’alloggio di servizio. Stefano La Rosa, il maresciallo della Capitaneria, a lungo nostromo del porto, da ieri non è più agli arresti domiciliari. Il giudice per le indagini preliminari Alessandro Dal Torrione - lo stesso che ne aveva disposto l’arresto il 9 dicembre scorso - ha deciso che la misura cautelare fosse revocabile, in presenza dell’avviso di chiusura delle indagini della Procura (pm Fabio Origlio) per quanto attiene ai fatti che hanno portato ai domiciliari l’ex nostromo e alla denuncia per altre quattro persone. Ma nonostante le indagini sulla vicenda che portato La Rosa ai domiciliari sia formalmente conclusa, il gip ha ritenuto che non vi fossero le condizioni per la semplice libertà. Così Dal Torrione, nel provvedimento firmato ieri, ha disposto la misura interdittiva della sospensione dell’esercizio dell’attività presso la Capitaneria di Viareggio. Il che significa che, almeno provvisoriamente, La Rosa non può rientrare al lavoro. E deve liberare l’alloggio entro i primi di febbraio. «Ci è stato chiesto il rilascio - conferma l’avvocato Filippo Tacchi, difensore del militare -: ora vedremo...Abbiamo appena ricevuto l’avviso di conclusione indagini e abbiamo richiesto le copie del fascicolo che ci riguarda...».
La Rosa è accusato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio (articolo 319 codice penale) in concorso e con continuazione del reato (articoli 81 e 110). La vicenda è quella che lo vede indagato - così la ricostruzione della Procura, con delega ai carabinieri del Comando provinciale di Lucca - per aver richiesto il pagamento di ormeggi là dove il regolamento del porto prevedeva l’utilizzo gratuito degli specchi acquei destinati alle imbarcazioni ai lavori. Non un episodio, ma un «sistema», come si legge nell’ordinanza di dicembre del Gip Dal Torrione, che non ha mancato di sottolineare la fondatezza degli elementi accusatori. Sistema che «pare avere al suo vertice il nostro La Rosa che nella sua qualità provvede al rilascio delle autorizzazioni o nullaosta per la sicurezza della navigazione senza la quale nessun ormeggio è consentito, e vede coinvolti come corruttori alcuni dei concessionari di tratti di banchina del porto di Viareggio e taluni comandanti di imbarcazioni». A confermare «l’assunto accusatorio» - ha tenuto a sottolineare il Gip - «è soprattutto la singolarissima, se non unica circostanza mai verificatasi negli ultimi anni almeno in questo circondario, che è stata sufficiente una indagine approfondita dei carabinieri “sul campo” per fare emergere i malumori dell’utenza e soprattutto per indurre alcuni corrotti a confessare spontaneamente le condotte illecite». Condotte che nelle tasche dell’ex nostromo avrebbero portato, secondo le ricostruzioni dell’accusa, cifre intorno ai 20-25mila euro anno per un solo specchio acqueo sul quale esercitare un potere che non aveva, facendo pesare il proprio ruolo e ricorrendo - così le testimonianze agli atti - anche a minacce.
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