Il Tirreno

Versilia

Ventenni in fuga dalla Versilia per trovare lavoro

di Gabriele Noli
Ventenni in fuga dalla Versilia per trovare lavoro

Si tratta, per lo più, di giovani che cercano un posto nel turismo e nella ristorazione. Chi può, però, torna in Italia

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VIAREGGIO. Se ne vanno perché il domani non ispira più fiducia per colpa di una crisi che non sembra avere fine. Destinazione? Il mondo. Europa, Stati Uniti soprattutto. Ovunque li aspetti un lavoro, per quanto magari faticoso. Ma se sono sempre di più i giovani, anche in Versilia, che decidono di partire a caccia di un posto di lavoro - perlopiù ragazzi tra i 20 e i 30 anni - si comincia ad assistere anche al fenomeno inverso: ragazzi che, fatta un’esperienza all’estero, decidono di tornare a casa. Le loro sono storie di scelte, mai facili, e di speranza.

Un salvagente chiamato Londra. È la meta più gettonata tra i versiliesi in fuga. Una metropoli con un fascino tutto suo, che racchiude tanti mondi e infinite sfumature. Di persone e di culture. Nella City di lavoro ce n'è in abbondanza, se si ha voglia di fare. Antonio Riccio è uno dei tanti ragazzi che il grande passo l'hanno compiuto. Per necessità, più che per voglia. 24 anni, un diploma e un lavoro da pizzaiolo, a Viareggio. Professione che svolge nel ristorante italiano aperto dall'amico Stefano Maggi. A Londra ci è arrivato due mesi fa. Un periodo di adattamento iniziale e poi via, subito nella mischia. «Lavorare qui non è semplice - spiega - la competizione è altissima e non ci sono leggi che tendono a tutelare al 100% il dipendente. Qua nessuno ti assicura le 40 ore settimanali, tutto dipende da te e da quanto sei disposto a metterti in gioco. Ovviamente le possibilità di carriera sono quasi infinite, puoi partire lavapiatti e nel giro di un anno essere il manager». Verso la realtà di Viareggio, la sua città, e dell'Italia c'è una tanta robbia: «Sono andato via dall'Italia per lo stesso identico motivo per il quale migliaia di giovani stanno scappando: un futuro migliore. Vivere in una città come Viareggio non è semplice, il lavoro è diventato ormai una illusione e sfondare fuori dal campo della ristorazione è davvero difficile. La tassazione aumenta anno per anno riducendo i piccoli e medi imprenditori alle strette e di conseguenza il lavoro tende a mancare. Le possibilità di carriera sono davvero poche, ad andare avanti è il figlio di Caio o il nipote di Sempronio».

La “Mela” dei sogni. Paola Vannozzi, 21anni, alla “più vicina” Londra - da Pisa ci si arriva in meno di due ore d'aereo - ha preferito New York. Gestiva il bar di uno stabilimento balneare della Passeggiata. L'incontro che le ha cambiato la vita è avvenuto due anni fa, con la moglie di Sirio Maccioni, uno tra i più apprezzati e rinomati ristoratori a livello mondiale. «Le ho lasciato i miei contatti - racconta Paola -, poi quando sono andata a New York per studiare ed imparare meglio l'inglese, ho sostenuto un colloquio con suo marito nel suo ristorante. E la cosa si è concretizzata». Nella "Grande Mela" da circa un mese, ha realizzato il suo sogno: «Li seguivo sempre in tv (riferendosi ai Maccioni, ndr). Ho fatto la scelta di mollare tutto, non senza sacrifici. Ho deciso di venire qua per un esperienza di vita nuova, in un ambiente dove sto bene, perché anche quando si lavora bisogna divertirsi». Paola a New York vive da sola. Ha lasciato Viareggio per gli stessi motivi di Antonio. «Non mi trovavo bene, lì non è semplice trovare lavoro, gli stipendi spesso non sono buoni ed è complicato trovare un impiego che ti possa realmente piacere».

Torno a casa. Per tanti che se vanno, c'è qualcuno che torna. È il caso, di Manuele Shawky, ventitreenne, che dopo una permanenza di quattro anni a Londra ha fatto ritorno nella sua Versilia. «Molti ragazzi oggi partono per colpa della crisi. Io, invece, decisi di provare un'esperienza nuova, perché qui mi annoiavo. Ho cominciato come lavapiatti e ho concluso come receptionist in una banca, dove controllavo che le norme di sicurezza venissero rispettate». Impiego estenuante e paga risicata all'inizio, orari più agevoli e stipendio all'altezza, dopo. «A Londra devi darti da fare, senza nasconderti. Serve anche fortuna, certo, ma là si dà davvero importanza alla meritrocrazia e soprattutto si investe per migliorare la qualità la vita delle persone, non come in Italia, dove se uno nasce lavapiatti, muore lavapiatti. Il mio intento? Trovare un lavoro come receptionist in qualche albergo, puntando sulla mia conoscenza approfondita dell'inglese. Mi sono dato un anno di tempo. Se vedo che qui il mio progetto non si realizza, tornerò a Londra».

Pasticcere giramondo. I dolci per tanti sono una passione, per qualcuno un'ossessione, per Gabriele Vannucci una professione. Che lo ha spinto a lasciare Viareggio all'età di vent'anni (oggi ne ha venticinque) per andare a New York. Un'esperienza di sei mesi a cui hanno fatto seguito altre (sei mesi a Montecarlo, uno a Londra ed ancora New York, per un anno, dopo una fugace riapparizione in Versilia). Poi, il ritorno a casa. Adesso Gabriele lavora a Siena in un resort di primissimo livello. «Dopo un po’ che si viaggia si torna volentieri in un paese che a livello gastronomico, al pari della Francia, non ha rivali» confessa Gabriele. Se ne era andato da Viareggio «perché era complicato trovare un impiego nel suo settore, dove prevalgono le realtà a gestione familiare». La parentesi nella "Grande Mela" è stata intensa, ma anch'essa colma di difficoltà: «Si guadagna bene, anche 1000 dollari a settimana, ma le spese sono tante, in più è arduo costruirsi una vita sociale». Adesso Gabriele un impiego che lo soddisfa lo ha trovato. «La situazione a Viareggio è desolante. Non si valorizza ciò che di bello ha questa città. È vero anche che lo Stato non aiuta i datori di lavoro, non li incentiva ad assumere ragazzi che alla fine vengono pagati poco».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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