Sicurezza
Il Gip: l’ex comandante cercò le cimici
Nell’ordinanza l’ipotesi di corruzione per altri militari della Capitaneria. L’ex nostromo La Rosa sceglie di non rispondere
VIAREGGIO. Stefano La Rosa, l’ex nostromo agli arresti domiciliari da martedì nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Lucca sulla gestione delle banchine pubbliche del porto cittadino, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Questa la scelta, ieri mattina, nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip Dal Torrione A spiegare i motivi che hanno portato a questa decisione è Filippo Tacchi, il difensore del militare in servizio alla Capitaneria di porto: «Le indagini sono ancora in corso e dunque abbiamo deciso di aspettare per dare la nostra versione dei fatti. Senza contare che abbiamo più di 1.500 pagine da leggere!». La Rosa - conclude l’avvocato Tacchi - «si è trovato all’improvviso agli arresti domiciliari...Un conto era la perquisizione subita a giugno; un altro è quanto accaduto in questi giorni, nei confronti di un militare, per altro...».
A questo proposito, è significativo però quanto scrive il giudice per le indagini preliminari nell’ordinanza con la quale accoglie la richiesta della Procura che ha portato La Rosa agli arresti domiciliari. Nel sottolineare che «ad oggi permane un concreto pericolo di reiterazione della condotta e anche di inquinamento probatorio», Dal Torrione descrive uno scenario inquietante.
Perché - scrive il gip - ad un quadro nel quale «deve rilevarsi come La Rosa, grazie al ruolo rivestito, abbia esercitato una notevole capacità intimidatrice sia nei confronti degli utenti, sia nei confronti dei correi» si deve aggiungere che «l’ambiente della Capitaneria di porto, nella fase critica delle indagini - durante le perquisizioni e subito dopo - si è mostrato opaco e poco collaborativo».
Parole che costituiscono una fotografia offuscata di una delle istituzioni della città, e che si basano sui fatti rilevati dagli inquirenti. Tanto che Dal Torrione, nel provvedimento a carico dell’ex nostromo (in carica dal 2005 alla scorsa estate), ritiene di dover sottolineare cosa è accaduto: «Il riferimento - scrive il gip - è al vano e maldestro tentativo di “bonifica ambientale” da microspie eseguito presso gli uffici della Capitaneria di porto nel timore di essere intercettati dai carabinieri». Un tentativo effettuato - continua l’ordinanza del gip - «dal comandante Vitiello, con la fattiva collaborazione del maresciallo Izzo e del sostituto commissario (di polizia, in servizio al commissariato di Viareggio, ndr) Landucci».
Tutto ciò rilevato - si legge ancora - «è evidente che in tale situazione, continuando ad avere accesso all’ufficio del quale si è avvalso per anni per la sua attività illecita, Stefano La Rosa potrebbe intimorire i testi, avere accesso a documenti potenzialmente pericolosi per la sua posizione ed eventualmente avvalersi di un malriposto senso di tutela del Corpo da parte di taluni commilitoni».
Un quadro inquietante, quello tracciato con parole accuratamente scelte e con la consapevolezza della delicatezza del caso dal gip Dal Torrione.
Costretto però a far rilevare un ulteriore passaggio, là dove - nel motivare il provvedimento - conclude: «Senza contare che molti indizi, ancora da approfondire, fanno temere che la corruzione riguardi anche altri appartenenti alla Capitaneria di porto».
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