Sicurezza
Porto, così dividevano le mazzette
L’inchiesta: il racconto di chi accusa l’ex nostromo Stefano La Rosa da martedì agli arresti domiciliari
VIAREGGIO. Erano, così l’accusa, «disposizioni precise» quelle che Stefano La Rosa, nostromo del porto dal 2005 alla scorsa estate, dava per la riscossione dei pagamenti per l’ormeggio là dove niente era dovuto. Insieme alle domande di autorizzazione all’ormeggio - così la ricostruzione degli inquirenti - a La Rosa venivano recapitate da un intermediario buste chiuse all’interno delle quali si intravedevano «con assoluta certezza del denaro di taglio mai inferiore ai 100 euro». Un meccanismo che si intensificava in estate, quando in porto arrivavano le barche comandante da chi della Darsena viareggina, delle sue regole e delle sue nebbie quasi niente poteva sapere.
La Rosa - così racconta chi è stato interrogato dalla polizia giudiziaria - «dietro compenso del comandante dell’imbarcazione autorizzava l’ormeggio anche per lunghi periodi durante la stagione stiva. Se il comandante pagava, lui la rilasciava per 90 giorni. Poi, verificata la volontà a proseguire nei pagamenti, di fatto autorizzava a restare all’ormeggio per tutta la stagione estiva». Una situazione che - secondo le accusa delle quali La Rosa è chiamato a rispondere - vede il suo massimo tra 2005 e 2008: su un tratto di banchina da 90 metri - secondo quanto ricostruito - giravano 350mila euro l’anno.
D’altra parte nelle testimonianze raccolte nei mesi scorsi dal “Tirreno” c’è chi ha parlato di giri d’affari - sulle banchine che ospitavano i maxi yacht - da 1,5 milioni di euro l’anno. Cifre che in porto rimbalzano da una banchina all’altra, senza che ci si preoccupi di farne mistero.
È uno degli indagati, Simone Calegari, collaboratore di una società concessionaria di servizi in banchina, a raccontare che per un ormeggio da settembre a novembre aveva ricevuto dal proprietario della barca la somma di 800 euro al mese. Somma che - si legge nell’ordinanza del gip Dal Torrione - «su “imposizione” di La Rosa aveva dovuto dividere con costui, trattenendone la metà».
Un rapporto, quello tra La Rosa e Calegari che - sembra di capire - si fa nel tempo sempre più stretto. «In breve tempo - è ancora Calegari a parlare - La Rosa si mostrò sempre più incontentabile. Mi incaricò, infatti, di ormeggiare barche da lui autorizzate anche in banchine dove io non avevo competenze alcune». Sulle quali le somme illecitamente richieste lievitavano fino a 2mila euro al giorno per imbarcazioni di grandi dimensioni». Guadagni che Calegari ammette di aver «diviso» con colui che all’epoca dei fatti era il nostromo del porto. «In quel periodo - così si legge nelle carte - La Rosa pretendeva sempre di più». Un di più che viene così spiegato: «La Rosa decise e mi informò che presso la banchina Bori, dal momento che lui era l’autorità che concedeva gli ormeggi, avrebbe autorizzato barche in transito, ossia non ai lavori, e per queste avrebbe dovuto ricevere in busta o comunque in contanti denaro al momento della richiesta di autorizzazione all’ormeggio».
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