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Il braccio di ferro con la Viareggio Porto

Il braccio di ferro con la Viareggio Porto

L’indagine: il nostromo arrestato rivendicava l’utilizzo degli spazi per l’ormeggio sulle banchine che erano passate dal Comune alla società pubblico-privata

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VIAREGGIO. Le sorti di alcune banchine, intorno alle quali si svolgono i fatti che hanno portato alle accuse formulate in questa prima parte dell’inchiesta della Procura di Lucca, si intrecciano con quella della Viareggio porto, la società oggi interamente del Comune. Quando l’amministrazione Marcucci si inoltra lungo la strada della parziale privatizzazione che poi si infrange sull’annullamento della gara da parte del Consiglio di Stato, l’idea era che tutte le banchine pubbliche potessero passare alla stessa Viareggio porto. Nel passaggio tra amministrazione di centrosinistra e amministrazione di centrodestra (sindaco Luca Lunardini) il progetto non si concretizza del tutto. Dando vita alle contestazioni mosse dalla Procura della Corte dei Conti, che ha affidato su questo punto un’indagine ai carabinieri del Comando provinciale di Lucca.

In realtà tre banchine (Ceina, Antonini e Maria Luisa di Borbone) ad un certo punto finiscono nella disponibilità della Viareggio porto, attraverso sub concessione dall’Ente pubblico alla società partecipata. Ed è sulla Ceina in particolare che - così raccontano le indagini - si instaura quello che appare come un vero e proprio braccio di ferro tra il nostromo finito ieri agli arresti domiciliari, e la stessa società pubblico-privata.

Un braccio di ferro che tocca uno dei temi ricorrenti nelle vicende poche chiare che attraversano la Darsena da decenni: l’utilizzo delle attrezzature di cui dispongono gli specchi acquei ed il relativo diritto o meno di ormeggio. Insomma - così le testimonianze raccolte dagli inquirenti - in sostanza il nostromo Stefano La Rosa avrebbe rivendicato un diritto di stazionamento, negli stessi specchi acquei in concessione alla Viareggio porto. per le imbarcazioni che lui stesso avrebbe provveduto ad autorizzare in virtù del ruolo ricoperto e delle funzioni a lui attribuite in Capitaneria.

Alla base del contenzioso, una particolarità tutta viareggina che suona come uno dei “tormentoni” della telenovela degli ormeggi in porto: la differenziazione tra specchi acquei virtuali e specchi acquei reali. Senza addentrarsi sul terreno del diritto amministrativo, il tema è un po’ quello delle storie sentimentali su Facebook, con tutto l’intreccio di ruoli tra mariti, mogli, compagni reali e storie virtuali che si insinuano in quelle che dovrebbe essere solide certezze, bene ancorate.

Non sempre la Viareggio porto riesce a spuntarla: anche per la società che oggi è interamente del Comune si pone - stando alle testimonianze messe insieme dalle indagini - il problema di sottostare al volere del nostromo che ieri è stato arrestato. E per il porto tutto si pone oggi la necessità di definire regole chiare, immediatamente comprensibili a tutti coloro che vi operano, affinché non vi siano ulteriori volontà alle quali dover sottostare. Rimandare questo passaggio non è più ammissibile. (d.f.)

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